Australia: tech contro editori, la rivoluzione del levy

Il governo Albanese ha sferrato un attacco diretto ai giganti digitali, proponendo una nuova tassa – il News Bargaining Incentive (NBI) – che costringerà Google, Meta e TikTok a pagare per i contenuti di notizie australiani. Una mossa audace, che rischia di scatenare una guerra commerciale e di mettere a dura prova le relazioni con Washington.

Un precedente globale?

L'Australia, ancora una volta, si pone all'avanguardia nella regolamentazione delle piattaforme digitali. Il nuovo sistema, che sostituisce il controverso News Media Bargaining Code (NMBC), impone alle aziende con oltre 250 milioni di dollari di ricavi locali di stipulare accordi commerciali con gli editori. In caso contrario, saranno soggetti a un levy del 2,25% sui ricavi australiani. Un importo significativo, che potrebbe costringere i colossi tecnologici a riconsiderare le loro strategie.

La cifra che potrebbe essere raccolta, destinata interamente a sostenere il giornalismo australiano, è un segnale chiaro della determinazione del governo Albanese a proteggere un settore in crisi. Ma l'annuncio non è passato inosservato: Meta ha immediatamente bollato la proposta come “semplice errore”, mentre Google ha denunciato un “nuovo tassare” che ignora gli accordi esistenti.

La battaglia con meta e le paure di trump

La battaglia con meta e le paure di trump

Il fallimento del NMBC, in seguito al ritiro di Meta che ha smesso di pagare circa 70 milioni di dollari agli editori, ha spinto il governo a cercare una soluzione più incisiva. L'attuale modello, però, rischia di provocare una reazione a catena. Le critiche di Meta non sono isolate: l'amministrazione Trump aveva già espresso preoccupazioni per interventi simili in altri paesi, minacciando ritorsioni commerciali. Albanese, pur affermando che le decisioni del suo governo si basano sull'interesse nazionale australiano, non ha escluso un confronto con l'amministrazione americana.

Il testo della proposta, aperto alla consultazione pubblica fino al 18 maggio, prevede anche un sistema di “weighting” che favorirà le testate regionali, multiculturali o che rappresentano comunità marginalizzate, garantendo loro un sostegno finanziario maggiore. Un’attenzione alla diversità che, però, potrebbe non bastare a placare le resistenze dei giganti digitali.

Le reazioni del settore

Le reazioni del settore

I principali gruppi editoriali australiani, tra cui Nine, ABC, News Corp e Guardian Australia, hanno accolto con favore la proposta, definendola un passo fondamentale per proteggere il giornalismo australiano. I Verdi, d’altro canto, spingono per una “big tech tax” più ampia, ritenendo che il modello attuale non sia sufficiente a contrastare lo sfruttamento dei contenuti da parte delle piattaforme. La shadow communications minister Sarah Henderson ha evitato di esprimere una posizione chiara, ma ha criticato il governo per aver permesso al sistema precedente di collassare.

La partita è aperta. Se l'Australia riuscirà a imporre il suo modello, si potrebbe assistere a una vera e propria rivoluzione nel rapporto tra piattaforme digitali e editori a livello globale. Ma il costo, in termini di tensioni commerciali e potenziali ritorsioni, potrebbe essere tutt'altro che trascurabile. La partita è più che mai in corso e il futuro del giornalismo australiano, e forse di quello mondiale, è in bilico.