Da allergica al vino a imprenditrice del tè: la startup che conquista i ristoranti stellati
Natalie Chiu, 36 anni, ha trasformato l’imbarazzo di un primo appuntamento in un’azienda da 24 dipendenti e 45.000 sterline fatturate il primo anno. A Londra, dove il vino è religione, lei non riusciva a bere nemmeno un bicchiere: il volto le si arrossava subito, il cuore accelerava. «Mi sentivo un’ospite di seconda classe», racconta. Così ha fondato Saicho, una linea di tè spumantizzati pensati per chi, come lei, non tollera l’alcol ma non vuole rinunciare al rituale del brindisi.
Il padre profumiere e la scoperta del sapore
Cresciuta a Hong Kong, Natalie ha imparato prima a odorare che a leggere. Il padre lavorava nell’industria delle fragranze e portava a casa campioni di essenze: «Erano il mio laboratorio segreto». A 18 anni si trasferisce nel Regno Unito per studiare scienza degli alimenti a Nottingham. Pensa di tornare subito, ma un dottorato in chimica dei sapori la inchioda in Inghilterra. È lì che incontra Charlie, futuro marito e socio. Entrambi chimici, entrambi ossessionati dalla molecola giusta.
Mentre è ancora ricercatrice post-doc, nei weekend affitta cucine professionali e sperimenta infusioni di oolong del Taiwan, pu-erh cinesi e giapponesi gyokuro. Il primo lotto lo finanzia vincendo 5.000 £ a un concorso universitario. Nel 2019, sposata da poco, lascia il lavoro sicuro: «Avevo la testa piena di bollicine di tè e zero certezze».

Campagne di assaggi porta a porta nei ristoranti stellati
Nessuno sapeva cosa fosse un “tè spumantizzato». I due hanno riempito il bagagliaio di bottiglie e bussato a chef e sommelier. «Ci davano del folli. Poi assaggiavano e cambiava il volto». Oggi Saicho è sulle carte di Core by Clare Smyth, Aulis e altri cinque ristoranti con stelle Michelin. La ricetta? Fermentazione lunga, zuccheri residui quasi a zero, bollicina delicata che non copre gli aromi: «Un brut nature, senza alcol né solfiti».
Il fatturato è cresciuto del 220% in tre anni. E il mercato del “no-lo” – bevande con zero o bassissimo contenuto alcolico – vale già 11 miliardi a livello globale. Ma Natalie non si accontenta: «Vogliamo arrivare dove il vino non può: pranzi di lavoro, donne in gravidanza, atleti. Il bicchiere è mezzo vuoto solo se lo guardi con la vecchia ottica».
