Grab sbarca a taiwan e spende 600 milioni per far fuori foodpanda
Il colpo è arrivato di notte, mentre le app di delivery dormivano: Grab ha stretto la più grande acquisizione della sua storia, sborsando 600 milioni di dollari per inghiottire Foodpanda Taiwan. Una manovra che non solo le apre la porta fuori dal Sud-est asiatico per la prima volta, ma le permette di entrare in un mercato dove Uber Eats era rimasto solo in piedi dopo il fallimento del tentativo di monopolio di Uber.
La cifra è enorme, sì, ma è anche un affare da saldo: Delivery Hero aveva rifiutato 950 milioni da Uber dodici mesi fa, poi il veto dell’antitrust taiwanese aveva affossato la trattativa. Grab, oggi, paga un terzo in meno e si porta a casa il gioiello regionale di Foodpanda, l’unico ramo redditizio che Delivery Hero ancora covava in Asia.
Il profitto cambia tutto
Fino a agosto Grab bruciava soldi. Poi è diventata utile e ha scoperto di avere in tasca 6 miliardi di liquidità. Da lì è partita la caccia: prima la startup fintech Stash, pagata 425 milioni a fronte di una valutazione che un anno prima era di 1,4 miliardi, ora Taiwan. In due mesi ha impegnato un miliardo in M&A, senza contare gli investimenti silenziosi su guida autonoma chiusi nel quarto trimestre. Il messaggio è chiaro: non serve più crescere a ogni costo, serve comprare pezzi di mercato a prezzo di saldo.
Delivery Hero, intanto, festeggia l’addio. La sua strategia di ritirata dall’Asia è formalmente completata: Taiwan era l’ultima bandiera. Ora l’azienda tedesca si concentra su Medio Oriente, Europa Latina e Africa, lasciando a Grab il compito di fare i conti con Uber Eats in un’isola dove le biciclette degli spartani rider sono già pronte a cambiare logo.

La guerra del cibo si sposta
Taiwan è solo la prima tappa. L’obiettivo di Grab è usare il cash flow positivo per replicare il modello ovunque ci sia una valutazione strappata. E il radar è già puntato su GoTo, il colosso indonesiano nato dalla fusione tra Gojek e Tokopedia, dove SoftBank e Alibaba fanno ancora i propri interessi. Se la trattativa dovesse andare in porto, Grab potrebbe controllare la piattaforma di delivery più grande del Sud-est asiatico, chiudendo il cerchio su un mercato che vale decine di miliardi.
Il rischio? Che la corsa agli acquisti finisca per riportare Grab nel tunnel delle perdite. Ma per ora Anthony Tan, CEO e co-fondatore, non sembra preoccuparsi: “Abbiamo imparato a spendere con il freno a mano tirato”, ha detto agli analisti. “Ora compriamo solo se il prezzo è sbagliato… a nostro favore.”
Il prossimo capitolo potrebbe scriversi in Corea del Sud, dove Upstage è in trattativa con AMD per 10.000 acceleratori AI, o in India, dove Sarvam sta per chiudere un round da 250 milioni con Nvidia per portare l’intelligenza artificiale on-premise e lontana da Cloud Act e occhi americani. Il denominatore comune è sempre lo stesso: soldi veri, valutazioni sgonfie, e la fretta di colonizzare ciò che resta del vecchio mondo tech prima che il credito torni a costare caro.
Grab non sta più correndo per bruciare capitali. Sta passeggiando con il portafoglio in mano, e per ora nessuno riesce a dire di no.