Il processo che scuote la stampa britannica: harry, elton john e la trappola del mail

Il Daily Mail ha costruito una colossale difesa per smentire le accuse di Harry, Elton John e altre celebrità, ma ora il suo stesso investigatore ha fatto retromarcia, cancellando la carta più pesante del mazzo: le confessioni di illecito.

La mossa ha trasformato il tribunal londinese in un ring dove il potere editoriale e la monarchia pop si fronteggiano a colpi di carte bollate. Associated Newspapers parla di «tragedia» per Doreen Lawrence, madre di Stephen, il ragazzo nero ucciso nel ’93, trascinata nel gruppo causa con la promessa di prove mai materializzatesi.

Il testimone che si è mangiato le parole

Gavin Burrows, ex informatore privato, ha ammesso in aula che la sua dichiarazione su intercettazioni, microspie e hackeraggi era un falso. Peccato che quel documento fosse il manifesto reclutatore di Sir Elton, del compagno David Furnish, di Liz Hurley e del principe Harry. L’avvocato di ANL, Antony White, non usa mezzi termini: «Senza quella “prova” l’impianto accusatorio crolla».

Dall’altra parte, David Sherborne, legale delle celebrità, sostiene che Burrows ha cambiato versione solo dopo una furibonda lite con il ricercatore Graham Johnson. «La sua retromarcia è risibile», tuona, ricordando che esistono fatture e mail che inchiodano il Mail a una rete di investigatori privati ben oltre il 2007, anno in cui l’editore giurò davanti a Leveson di aver chiuso i rubinetti illeciti.

La caccia al “trophy claimant”

La caccia al “trophy claimant”

White ha rivelato una strategia di marketing giudiziario: individuare «tesori nazionali» capaci di attrarre simpatia e titoloni. Doreen Lawrence, 73 anni, icona della lotta al razzismo, sarebbe stata la «ambita trofeo». Il Daily Mail, che per anni le ha dato voce sul front page, ora la accusa di essere stata «convinta con aria fritta».

Sul tavolo restano però altri cocci: la scheda medica di Sadie Frost rubata con il cosiddetto “blagging”, i voli privati dell’allora fidanzata di Harry ricostruiti numero per numero. Nessuna firma, nessuna spunta, ma una scia di documenti interni che i legali del gruppo editoriale giurano essere «ordinarie richieste di contatto».

Il giudice dovrà decidere se quelle richieste fossero routine giornalistica o la colonna vertebrale di un sistema di sorveglianza parallela. Intanto, nel silenzio stampa imposto ai protagonisti, il caso continua a scandire l’agenda del palazzo di giustizia. La parola fine, per ora, non è nemmeno in bozza.