Le «teiere» cinesi tengono in piedi l’economia mentre l’occidente trema
A mezzanotte il fumo sale dalle ciminiere di Weifang come un segnale di guerra. I lavoratori delle raffinerie indipendenti – le famigerate teapot – escono a turno dalle recinzioni di lamiera e invadono il ristorante di noodles: mani gonfie, occhi rossi, fame da lupi. È l’unico momento in cui la città sembra vivere. Di giorno, per le strade larghe come piste d’aeroporto, circolano solo camion cisterna mezzi vuoti e qualche elettrica silenziosa. Il petrolio scorre di notte.
Shandong, la provincia che raffina un quarto del greggio cinese
Mentre il Pakistan chiude le scuole per la crisi energetica e Manila dichiara emergenza nazionale, lo Stretto di Hormuz resta virtualmente chiuso da Teheran e il Brent vola oltre i 100 dollari. Pechino non ha tremato. Il segreto sta in queste cittadine di provincia, dove 52 raffinerie «private» – nate negli anni ’90 per smaltire i sussidi statali – lavorano a ritmi da zona di guerra. Comprano greggio iraniano a sconto minimo, lo trasformano in benzina e gasolio, lo riversano nei camion che riforniscono mezza Cina. Nessuna banca internazionale, nessun dollaro, nessuna paura di Trump.
La Luqing Petrochemical, 2.700 dipendenti, è finita nella blacklist Usa lo scorso anno. «Prima del conflitto guadagnavamo bene», racconta un operaio di 22 anni che lavora alla linea delle plastiche leggere. «Adesso i tir vengono una volta ogni tre giorni, lo stipendio scenderà da 5.000 a 4.000 yuan». L’azienda ha cominciato a «spingere» le persone a dimettersi: trasferimenti notturni, taglio degli straordinari, mensa peggiorata. Il sindacato, ovviamente, non esiste.

Il greggio iraniano trova sempre un acquirente
I dati di Kpler fotografano un’ironica stabilità: 1,6 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano sbarcano in Cina, contro 1,4 del 2025. Il discount è crollato da 11 a 2 dollari per barile, ma le «teiere» continuano a comprare. «Le sanzioni hanno trasformato Iran, Venezuela e Russia nei nostri fornitori preferiti», spiega Erica Downs, Columbia University. Le compagnie statali cinesi fanno finta di osservare l’embargo; le private no. Il risultato è un flusso parallelo, in contanti o in yuan, che aggira Swift e fa ridere le banche di Hong Kong.
Uncle Wang, 70 anni, gestisce un distributore a Weifang. Sullo scaffale del suo ufficio una rana di giade che morde una moneta d’oro promette prosperità. «I profitti? Quasi zero», dice ridendo. «Non è che il mondo non trovi petrolio, è che ha paura di comprarlo. La Cina no». Poi abbassa la voce: «La vera minaccia non è la guerra. È la Macchina Elettrica. Quando tutti passeranno alle batterie, chi mi comprerà la benzina?».
Il governo centrale, per ora, tappa gli occhi. Lunedì ha ridotto di corsa il previsto aumento dei prezzi al distributore del 50%. La gente ha fatto fila come al supermercato in offerta. Ma le raffinerie non reggono lungo. Se il Brent resta sopra i 100 dollari, molte «teiere» chiuderanno entro Natale. E con loro migliaia di posti, intere città, un intero sistema di sussistenza costruito sul petrolio che nessuno vuole vedere.
La guerra, dice Uncle Wang, «è questione di mesi». L’elettrica, invece, è per sempre.