Retail britannico in trincea: la riforma dei contratti minaccia 1,8 milioni di posti

Il conto alla rovescia è partito. Da aprile l’Employment Rights Act stringerà i bulloni a zero ore e contratti “mordi e fuggi”, ma nel retail già si contano i danni: oltre la metà dei 3,2 milioni di addetti rischia di vedere evaporare il turno che paga l’affitto. È la stima che il British Retail Consortium ha passato al governo Sunak con l’urgenza di chi tappa una falla prima che il mare entri.

La nuova legge promette ferie pagate, sindacato blindato e – ciliegina – ore garantite per chi oggi scopre il proprio stipendio la sera prima. Peccato che il diavolo si nasconda nel dettaglio che ancora manca: quante ore massime fanno scattare il diritto? E su quante settimane si misura la “regolarità” dello schema lavorativo? Il BRC chiede 8 ore settimanali come tetto e 52 settimane di osservazione, un anno intero per tenere conto dei picchi natalizi e dei saldi estivi. Tradotto: più della metà dei negozi potrebbe continuare a girare su staff “flessibile” senza dover garantire nulla.

Il paradosso della flessibilità che piace solo ai datori

Helen Dickinson, ceo del BRC, ha spiegato il mantra: «I lavoratori scelgono la flessibilità, non la subiscono». Ma i numeri raccontano un’altra storia: il 55% dei contratti retail è part-time contro il 33% della media UK. Tradisce anche l’indagine interna del sindacato Usdaw: donne e disabili – i più colpiti dalla precarietà – giurano di preferire orari stabili. «La flessibilità è un lusfo che solo i manager si possono permettere», sbotta Joanne Thomas, segretaria generale di Usdaw. Per lei la riforma è una boccata d’ossigeno: «Metterà fuori legge chi campa sul mal di schiena degli altri».

Il rischio, però, è reale: se il governo dovesse accettare le richieste del BRC, migliaia di studenti e genitori in cassa integrazione potrebbero vedersi sostituiti da automazione o semplicemente da meno teste. Il retail è già in tilt: 60mila posti persi dal 2020, chiusure record nel 2023. Ora la paura è che la riforma trasformi il negozio di periferia in un esercito di soli full-time, tagliando fuori chi ha bisogno di entrare ed uscire a ore.

La guerra dei dati

La guerra dei dati

Il BRC brandisce l’indagine Opinium: il 52% degli intervistati ritiene «importante» poter modulare l’orario. Il TUC contraattacca: «Quelli felici sono i datori, non chi alle 6 di mattina scopre se quel giorno lavora». Paul Nowak, segretario generale della confederazione sindacale, ha i numeri dalla sua: «Un lavoratore su quattro sulle zero-hour vive sotto la soglia di povertà». E aggiunge una stoccata: «Se la flessibilità è così amata, perché i datori non la applicano ai manager?».

Il governo è incastrato tra la promessa elettorale di “sicurezza di reddito” e la realtà di un settore che pesa il 5% del PIL. La decisione sul tetto di ore slitta di settimana in settimana. Intanto i grandi marchi – da Tesco a Primark – hanno già cominciato a convertire i contratti in “minima garantita” da 12 ore, scommettendo che la norma finale fisserà proprio quella soglia. È un poker d’azzardo: se il limite scenderà a 8, applicheranno tagli orari; se salirà a 16, dovranno assumere più gente e rivalutare i margini.

La partita si chiuderà in estate, quando il Department for Business dovrà depositare i regolamenti tecnici. Nel frattempo, dietro le casse di ogni supermercato, 1,8 milioni di badge attendono di sapere se domani avranno ancora uno straccio di orario da aggiustare la vita. Il retail britannico non è mai stato così vicino a un punto di rottura: o la flessibilità diventa diritto, o resterà solo un alibi per chi intascava il profitto scaricando il rischio sulle spalle dei più fragili.