Al sisi lancia l'allarme: petrolio a 200 $ se la guerra usa-israele-iran non si ferma

Il presidente egiziano Abdelfatah al Sisi non esagera: un barile può salire a 200 dollari se la miccia fra Washington, Tel Aviv e Teheran continua a bruciare. Lo ha detto ieri al Cairo, davanti a ministri e ceo del greggio, aprendo la conferenza sulla transizione energetica. Nessun numero a caso: è la stima che circola tra i desk di trading di Londra e Dubai da quando, il 28 febbraio, droni e missili hanno cominciato a incrociare il cielo del Golfo.

La frase è un colpo di pistola nella sala: «Una crisi di approvvigionamento senza precedenti». Traduzione: non solo lo Stretto di Hormuz — dove passa un quinto del petrolio mondiale — potrebbe chiudersi, ma le raffinerie saudite, qatariate e degli Emirati sono già nel mirino. Se i depistaggi iraniani colpiscono i nodi energetici di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Eau, il mercato perde in un giorno più di 12 milioni di barili. È come se improvvisamente sparissero Russia e Iraq messi insieme.

Il conto che arriva al cairo

Il conto che arriva al cairo

Il primo a pagare il conto è proprio l’Egitto. La sterla egiziana è crollata dell’11% sul dollaro da quando è partita la sequenza di raid. Il premier Mostafa Madbuli ha tirato fuori i numeri: «Prima della guerra spendevamo 1,2 miliardi di dollari al mese di energia. A marzo siamo già a 2,5 miliardi». E la spirale è appena agli inizi. Ogni rialzo di 10 dollari al barile aggiunge 250 milioni di spesa al mese a un paese che ha riserve valutarie per poco più di tre mesi di importazioni.

Al Sisi parla da uomo che ha già visto tre shock in cinque anni: pandemia, guerra in Ucraina, guerra a Gaza. Ora aggiunge un quarto: «Le economie fragili non assorbono il colpo». Tradotto: nei prossimi mesi pane, trasporti e fertilizzanti raddoppieranno di prezzo, e le rivolte del 2011 potrebbero sembrare un picnic. Il Fondo monetario lo sa: ha già slittato la revisione del piano di aiuti prevista per aprile. Troppi punti interrogativi.

Il messaggio del raìs è chiaro: se il fronte non si spegne, il prossimo a saltare non sarà solo il prezzo del petrolio, ma il modello di crescita di mezzo Mediterraneo. E nel frattempo, chi può, riempie ancora una volta i serbatoi. Perché nessuno vuole restare a secco quando il barile toccherà i 200 dollari. Nemmeno chi, oggi, può permetterseli.