I gorilla di bristol scoprono la libertà tra gli alberi dopo l'addio al vecchio zoo
Il primo a lanciarsi tra i rami è stato Hasani, cinque anni e una fame di libertà che non si torcerà più per un vetro spesso. Alle sue spalle, la colonia di gorilla di Bristol ha abbandonato per sempre il cemento del Clifton zoo e ha calcato un bosco di faggi e castagni alto come un palazzo di tre piani. Quattro volte e mezzo più grande dell’ex ‘isola dei gorilla’, la nuova foresta pluviale artificiale al Bristol Zoo Project è il più grande spazio mai dedicato a una specie in via d’estinzione nel Regno Unito.
Lo spostamento, avvenuto sotto scorta armata a febbraio, ha però lasciato un vuoto. Jock, il silverback di 42 anni, simbolo della città e patriarca del gruppo, è morto dieci giorni dopo il trasferimento: dissezione aortica, un’arteria che si squarcia come un foglio. «Ha esplorato ogni angolo del recinto, ha trasferito sicurezza agli altri, poi si è spento», racconta Sarah Gedman, curatrice dei mammiferi che per dieci anni ha dividiato cibo e osservazioni con lui. «È stato il nostro Medici senza frontiere: ha fatto da ponte tra due mondi, quello vecchio e quello nuovo, e se n’è andato quando il compito era compiuto.»
Il video clandestino che ha fatto infuriare la città
Prima del trasloco, un’esploratore urbano è entrato di notte nel recinto deserto e ha filmato un gorilla che batteva le dita sul vetro, occhi vuoti e muso triste. Il video è diventato virale, scatenando la rabbia di chi ritiene lo zoo una prigione. La direzione ha replicato: «Quella che sembrava disperazione era un’espressione rilassata». Ma la polemica ha acceso un fronte politico: il vecchio sito di Clifton, punto di riferimento per 186 anni, verrà trasformato in 200 appartamenti di lusso dall’immobiliare Acorn. Il collettivo Save Bristol Gardens parla di «vendetta del mattone su una delle poche oasi verdi della città». Manifestazioni, petizioni, consigli comunali accesi: il destino degli uomini si è intrecciato a quello delle bestie.
La nuova area, invece, promette zero speculazione. «Nessun albero sarà abbattuto, solo seminati», assicura Justin Morris, ceo dello zoo. Il percorro immersivo aprirà al pubblico mercoledì: passerelle sospese, altoparlanti che diffondono richiami di colobus e, in lontananza, i mangabey dal berretto scarlatto che divideranno con i gorilla un ecosistema da 6,5 ettari. Un progetto da 6 milioni di sterline finanziato anche dal programma europeo di salvaguardia delle specie minacciate.

La polemica etica: prigionia o salvagente?
Born Free non ci sta: «Anche il recinto più grande resta una cella per esseri senzienti capaci di usare il linguaggio e piangere per i morti», attacca Chris Lewis, responsabile ricerche. L’organizzazione chiede la chiusura graduale degli zoo per grandi primati. Morris contrattacca: «Finché in Gabon le bracconieri taglieranno le mani ai gorilla per vendere i piccoli in Asia, chiuderemo le porte solo quando l’ultimo fucile sarà fuso». La verità è un numero: 5.000 esemplari di gorilla occidentale restano nel bush africano, un terzo in meno rispetto a dieci anni fa. La colonia di Bristol conta sette nuclei, una banca genetica ambulante.
Touni, la femmina adulta che scala i faggi come una funambola, ha già trovato un rifugio a 12 metri d’altezza. «Quando scompare tra le foglie non la trovi più», sorride Gedman. Per la prima volta i cuccioli potrònno crescere senza lo stimolo costante del pubblico che picchietta sul vetro. Il prezzo è la nostalgia di una città intera, ma la scommessa è un futuro dove la parola “cattività” suona meno di “sopravvivenza». Alle 15 di mercoledì i cancelli si apriranno: i gorilla non sapranno che, fuori, l’Inghilterra litiga sul loro destino. Loro avranno solo da scegliere quale ramo spezzare per cena.
