Il clima impazzito scrive la storia: australia in balia di fuoco e alluvioni in 10 giorni

La Niña non è più capace di rinfrescare nemmeno un balcone. A dicembre 2025, mentre il Pacifico tremava nella sua fase “fredda”, la costa di Victoria ha visto prima i bambini giocare a chi trova l’auto più bruciata e poi, sette giorni dopo, a chi la trova più lontana: spinta in mare dalle piene. L’ennesima fionda climatica – “climate whiplash” per chi ama i neologismi – ha appena chiuso il suo quarto trimestre da record, e il conto lo pagano case, reti elettriche e polizze assicurative.

A sparare i numeri è il Climate Council of Australia: 83 pagine di bollettino di guerra intitolate Breakneck Speed, dove “break” sta per ossa infrante e “neck” per il collo di un continente che non riesce più a voltarsi indietro. Risultato: 4,5 miliardi di dollari australiani di indennizzi l’anno tra il 2019 e il 2024, più del doppio della media dei trent’anni precedenti. La colpa? Carbon fossile che sale come la febbre: carbone, petrolio, gas. Tre nomi da banco degli imputati che, per la prima volta, sovrastano l’ENSO, l’oscillazione che ha sempre comandato i monsoni del pianeta.

La stagione che ha dimenticato come funziona la stagione

Il dossier fotocopia l’estate appena trascorsa. A Marree, nel deserto del South Australia, il termometro ha toccato 49,8 °C a gennaio; poco più di una settimana dopo il cielo ha versato dieci volte la pioggia di un intero febbraio. Stesso copione nella Alice Springs dell’Northern Territory: 30 giorni sopra i 40 °C contro la media di 17, poi un nubifragio da 12 febbraio che ha trasformato il Todd River in un lama d’acqua e fango. In Tasmania, il 4 dicembre il vento ha dato fuoco a 30 bushfire; il 26 dicembre è nevicato. Nemmeno le stagioni si riconoscono più.

Lo dice senza mezzi termini Andrew Watkins, meteorologo del Consiglio e professore associato a Monash: «Il clima ha preso il volante». Traduzione: l’oceano è più caldo, l’aria trabocca di vapore, le nuvole scaricano in 24 ore l’equivalente di un anno di precipitazioni. Il 2025, nonostante La Niña, è stato il quarto anno più caldo per l’Australia e il terzo per il pianeta. Il 2026 è già partito con un tropicale che ha allagato mezzo continente a febbraio, dopo averne cotto l’interno a 45 °C a gennaio.

Il fuoco che non aspetta più generazioni

Il fuoco che non aspetta più generazioni

Greg Mullins, ex capo dei vigili del fuoco di New South Wales, ha smesso di parlare di “eventi una-tantum». Le condizioni “catastrofiche” – venti a 98 km/h a Hobart, temperature che schizzano anche di lunedì – «ora arrivano ogni dieci anni». Il risultato è una catena di disastri senza anticamera: case bruciate, Eyre Highway chiusa prima dalle fiamme e poi dalle acque, raccolti spazzati via mentre il terreno è ancora nero. Lo stress psicologico si accumula più veloce delle ceneri: chi riesce a salvare il tetto oggi rischia di perderlo sotto i detriti del nubifragio di domani.

Il Council stima che, se il trend resta questo, le polizze potrebbero raddoppiare di nuovo entro il 2030. E non è solo questione di premi: alcuni assicuratori cominciano a ritirarsi dalle aree ad alto rischio, trasformando interi lidi in zone franche del mercato. Il costo reale, avverte Mullins, «lo pagano le tasse di chi resta, i mutaggi di chi non può scappare, i rifornimenti alimentari che salgono ogni volta che un ponte finisce sott’acqua».

Il combustibile che nessuno vuole toccare

Il rapporto è chiaro: per spegnere la frusta servirebbe tagliare del 60 % le emissioni entro il 2035. Ma Canberra continua a elargire 11 miliardi di dollari l’anno di sussidi ai combustibili fossili, pari a tre volte il budget federale per le rinnovabili. «È come versare benzina sul fuoco e pretendere che i pompieri facciano economia d’acqua», commenta senza mezzi termini il Council. L’Australia ha il quarto più alto per capita di emissioni del pianeta; se fosse una nave, sarebbe già inabissata per eccesso di zavorra.

Intanto la prossima estate è già in produzione. I modelli prevedono un ENSO neutro, condizione che in passato garantiva tregua. Ma l’atmosfera, avvelenata da 420 ppm di CO₂, non guarda più gli indici oceanici. «Anche un’estate “normale” oggi è più calda dell’inferno di ieri», conclude Watkins. Il volante è nelle mani dell’inquinamento. E l’unico modo per riprenderlo è lasciare il carbone nel pozzo, il petrolio nel serbatoio e il gas nel tubo. Altrimenti la frusta continuerà a colpire, sempre più forte, sempre più spesso.