Il turismo sta uccidendo i giaguari del pantanal: lo scoop che nessuno vuole raccontare
Il Pantanal brasiliano, un tempo regno incontrastato del giaguaro, sta per trasformarsi in un parco a tema a cielo aperto. La colpa? Il boom del turismo fotografico che, per offrire lo scatto perfito, ha trasformato il predatore più misterioso del Sud America in un animale da circo. Ora le popolazioni calano, i bracconieri prosperano e le comunità locali non sanno più da che parte voltarsi.
La trappola dello spot perfetto
Ogni alba decine di barche caricano turisti con ottiche da 10 mila dollari. Le guide, pagate a colpo di avvistamento, trainano carcasse di maiale fino alla riva per attirare i felini. Risultato: i giaguari imparano che l’odore dell’uomo equivale a cena gratis. Costanza Balestra, biologa che monitora il Pantanal da 17 anni, ha appena consegnato al ministero i dati del 2023: «Sono 64 gli esemplari avvicinati a meno di dieci metri senza alcuna reazione di fuga. Nel 2015 erano sei». La familiarità è una sentenza di morte: l’animale perde la diffidenza, si avvicina ai villaggi, sbrana capre e cani, e finisce fucilato.
Il business è un circolo vizioso. Un lodge può arrivare a chiedere 800 euro a notte se garantisce lo scatto al 600 mm. Per mantenere la promessa, i gestori aprono nuove piste nella boscaglia, ingrandiscono i pontili, accendono i motori fuoribordo alle 4 a.m. Il rumore taglia la foresta come una motosega. «Ogni nuovo sentiero è una ferita che non si ricuce», spiega Pedro Augusto Machado, autore del piano di gestione del 2018 mai entrato in vigore. Le sue mappe mostrano 112 km di canali scavati solo nel settore norte di Cuiabá, il triplo rispetto a cinque anni fa.

Il boomerang dei soldi facili
Il turismo ha portato 68 milioni di euro l’anno nella regione, ma la ricchezza non si è fermata nelle tasche dei pescatori o dei coltivatori di manioca. È finita a una mezza dozzina di operatori che controllano l’accesso ai migliori “punti jaguar”, vere e proprie borse valori dove si contrattano le quote di avvistamento. I bracconieri, però, leggono gli stessi report di mercato. Se un cliente paga 300 dollari per un’ora di osservazione, un cucciolo venduto su WhatsApp a collezionati mediorientali vale 15 mila. «È diventato più redditizio del narcotraffico, e rischi meno anni di galera», denuncia Ana Paula Leite, consulente di viaggi sostenibili che ha mappato 47 canali Telegram di compravendita illegale.
Il paradosso è che l’industria che celebra l’icona del Pantanal sta accelerando la sua estinzione. Dal 2019 a oggi la popolazione monitorata è scesa da 417 a 298 unità, -28% in quattro stagioni. Le femmine, più cauto il tempo di caccia, sono le prime a sparire: -35%. Senza femmine, niente cuccioli. Senza cuccioli, niente futuro.

L’ultima corsa per invertire la rotta
Il 14 maggio l’Istituto Chico Mendes ha ricevuto una valigetta con 210 mila firme: chiedono la sospensione immediata delle licenze di avvicinamento entro 200 metri dagli approdi. Il ministro dell’Ambiente, Marina Silva, ha convocato un tavolo d’emergenza per luglio. Intanto, tre lodge hanno già aderito a un protocollo pilota: numero chiuso di imbarcazioni, distanze minime di 50 metri, divieto di esca animale. «Basta poco per mandare un segnale al mercato: se i clienti scelgono solo chi aderisce, il resto segue», osserva Leite. La cifra è piccola: bastano 2.500 turisti in meno per fare tornare i conti a un operatore medio. L’intera filiera, però, ha paura di perdere il treno dei profitti.
Il tempo stringe. Fra un anno il Pantanal entrerà nella stagione secca più intensa degli ultimi trent’anni, secondo il CPTEC. Se la foresta brucia come nel 2020, i giaguari non avranno più dove nascondersi. La prossima stagione dei fuochi potrebbe trasformare l’icona del Brasile in una fotografia d’archivio.