Arrestato il sindaco di usak: nuovo capitolo nella caccia al chp
Il tribunale di Istanbul ha firmato l’ordine di carcerazione preventiva per Özkan Yalim, sindaco di Usak, città dell’Anatolia occidentale conquistata dal CHP alle ultime elezioni. L’accusa: corruzione e appalti truccati. Il conto dei municipi dell’opposizione in cella sale a 19.
Lo scenario è quello di un puzzle che si ricompone ogni volta con gli stessi pezzi: inchiesta antimafia, dossier bollenti, pm fedeli al palazzo, titoloni pro-governativi. Yalim è finito dentro venerdì scorso insieme a 12 presunti complici. Per nove di loro è scattata la custodia cautelare; gli altri quattro dovranno presentarsi ogni settimana al tribunale, ma sono a piede libero. Anadolu parla di «milioni di lire in tangenti su appalti per l’illuminazione pubblica e la raccolta rifiuti». Nessuna prova è ancora stata depositata pubblicamente.
La mappa del potere che cambia colore
Usak, 200 mila abitanti, era un feudo dell’AKP dal 2004. Il 31 marzo 2024 ha virato rosso-blu, colore del CHP, e il palazzo municipale è diventato simbolo della possibile resa di Erdogan nelle periferie dell’Anatolia. Da allora la Procura ha aperto fascicoli su 18 amministratori socialdemocratici. Il numero è impressionante: uno ogni dieci giorni.
Il copione si ripete. Prima le perquisizioni all’alba, poi i fotografi pronti a immortalare il sindaco in manette, infine la gogna mediatica. L’obiettivo, dicono gli avvocati, è «sporcare» il partito che guida i sondaggi per il 2028. Il caso-chiave resta quello di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul, detenuto da un anno e mezzo con l’accusa di «favoreggiamento del terrorismo» per aver firmato un contratto di fornitura di mense scolastiche. Se la magistratura riuscirà a colpire anche lui, il CHP perderebbe il candidato più credibile per sfidare Erdogan.
La strategia ha un nome in codice tra gli addetti ai lavori: «decapitazione preventiva». Colpire i leader locali, ridurre il partito a un corpo senza testa, scoraggiare nuove candidature. I sondaggi interni al palazzo di Erdogan – filtrati a NuoveFrontiere – mostrano che il CHP è ancora dato sopra il 35% nei collegi chiave di Istanbul e Smirne. Un punto in meno basterebbe all’AKP per recuperare la maggioranza assoluta alla Grande Assemblea Nazionale.

Il tribunale che non fa sconti
Il giudice ha respinto la richiesta di arresti domiciliari: «Rischio di inquinamento probatorio». Tradotto: i verbali delle intercettazioni potrebbero sparire. La difesa ha reagito sottolineando che l’indagine si basa su «un’unica testimonianze a carico, già condannata per calunnia». Ma il pool di pm che gestisce i dossier anti-CHP ha un tasso di condanne in primo grado del 92%. Cifra da record, se confrontata con la media nazionale del 64%.
Yalim, ingegnere 48enne, ha sempre fatto campagna elettorale promettendo «trasparenza totale» e pubblicazione immediata dei bilanci comunali. Ora rischia fino a 12 anni di carcere. I suoi avvocati hanno già annunciato ricorso al Tribunale Costituzionale: «Vogliamo dimostrare che la parola corruzione è stata usata come arma politica». L’udienza preliminare è fissata per il 17 settembre, a un mese esatto dalle elezioni suppletive che potrebbero ridisegnare il consiglio municipale.
Intanto a Usak la gente parla sottovoce. «Se toccano il nostro sindaco, tocchiamo il governo», ha scritto su X un gruppo di attivisti locali. Ma la piazza resta mezza vuota: la polizia ha vietato ogni manifestazione fino a nuovo ordine. Il prefetto ha imposto il coprifuoco per «ragioni di ordine pubblico». Il silenzio è tornato a calare su una città che aveva creduto di poter cambiare colore.