Monaco restituisce il dipinto rubato dai nazisti: è la fine di un'odissea

È tornato a casa, o meglico a chi ne ha ereditato il nome, un frammento di Berlino d'inizio Novecento. Il Ministero della cultura bavarese ha consegnato agli eredi di Curt Goldschmidt Interieur mit Kindern (Die Geschwister) di Lesser Ury, pittore ebreo simbolo della Secessione tedesca. Per ottant'anni il quadro è rimasto in bilico fra aste forzate, cataloghi che recitavano «proprietà non ariana» e un'ignoranza colpevole, finché le Pinakothek di Monaco hanno ammesso: quel bene era stato acquistato nel 1972 senza verificarne la provenienza.

La storia è un microchip di memoria: nel 1933 il banco privato Goldschmidt viene messo in liquidazione, il curatore fallimentare svende quadri, arazzi, arredi. Stima d'asta: 800 marchi. Curt Goldschmidt fugge a Parigi nel 1937, si nasde durante l'occupazione, muore nel 1947 senza riavere nulla. Il dipinto, intanto, scompare. Ricompare a Colonia nel 1940, etichettato come «proprietà non ariana», poi di nuovo silenzio. Quando le collezioni statali bavaresi lo riscoprono, lo acquistano per pochi spiccioli convinti di aver trovato un affare. Nessuno chiede da dove arrivasse.

Il silenzio durerà trent'anni

Fino a quando i discendenti, sparsi fra Stati Uniti e Israele, presentano la richiesta di restituzione basandosi sul Washington Principles del 1998. È l'inizio di un corteo di carte d'archivio, perizie, confronti fra cataloghi ingialliti. Anton Biebl, direttore delle collezioni statali, ammette che l'istituzione era finita nell'occhio del ciclone: troppi passaggi dimenticati, troppe «scoperte» tardive. «Restituire un'opera significa restituire identità a una famiglia, ma anche a una città intera», dice.

Il quadro di Ury, olio su tela del 1895, ritra due ragazzi immersi in una luce interna dorata, quel chiaroscuro che fece gridare al genio i critici di Berlino. Ora tornerà in mano privata, ma il valore economico è l'ultimo dei pensieri: «Non vogliamo vendere», spiega una nipote di Goldschmidt. «Vogliamo mostrarlo in prestito, perché la gente capisca che dietro ogni firma c'è una fuga, una perdita, un riscatto.»

Una svolta che non cancella il ritardo

Una svolta che non cancella il ritardo

La Baviera ha restituito solo 37 opere dal 1998, un numero che sembra un refolo rispetto alle migliaia ancora nei depositi. Markus Blume, ministro della cultura, promette «accelerazione» e un fondo per indagini provenienziali. Ma le associazioni ebraiche ricordano: senza un database pubblico e senza sanzioni per chi non collabora, le storie come quella di Goldschmidt resteranno eccezioni che fanno rumore solo il giorno della cerimonia.

Intanto il dipinto uscirà per l'ultima volta dal magazzino il 15 luglio, per una mostra-evento alle Pinakothek der Moderne. Poi lascerà la Germania. Sul retro della tela comparirà un piccolo adesivo con la scritta «Provenienza verificata». È il modo istituzionale di dire scusa. Ma scusa, da sola, non basta a colmare mezzo secolo di vuoto.