Artemis ii parte tra 48 ore: la nasa riporta l’uomo sull’orbita lunare dopo 52 anni
Alle 16:44 locali di lunedì il contatore ha iniziato a scorrere all’indietro. In 48 ore esatte, se i venti di Florida non protesteranno, quattro astronauti saranno catapultati sull’orbita della Luna per la prima volta dal 1972. La Nasa ha aperto formalmente la fase di countdown T-43 per Artemis II, l’esordio con equipaggio del gigantesco programma che dovrebbe riportare piedi umani al suolo selenite entro il 2026.
Il ritorno che nessuno ha mai visto in diretta
Reid Wiseman, Christina Koch, Victor Glover e il canadese Jeremy Hansen sono già sigillati nella quarantena d’élite di Cape Canaveral. Hanno salutato le famiglie sulla spiaggia di Cocoa Beach, hanno sorriso per i selfie, poi sono tornati dentro l’edificio 8, dove l’aria è filtrata come in un laboratorio di virologia. Fuori, il razzo SLS – 98 metri di acciaio e alluminio solidificato – è eretto su Pad 39B, lo stesso da cui partì Apollo 11. Rappresenta una titanica prova d’esame per un’agenzia che negli ultimi vent’anni ha fatto volare solo capsule orbitali: se tutto fila liscio, la capsula Orion compirà un’ellissi attorno alla Luna, raggiungerà la massima distanza mai percorsa da esseri umani dalle coste terrestri e tornerà a schizzare nell’Oceano Pacifico.
Il direttore di lancio Charlie Blackwell-Thompson non usa mezzi termini: «Siamo in condizioni eccellenti, eccellenti». Tradotto: nessun guasto all’elettronica di volo, nessuna perdita di elio nel circuito criogenico, nessuna anomalia nel software di navigazione che, nel 2019, costrinse la missione Orion-Boeing a restare in orbita bassa. Resta il meteo: l’80% di probabilità favorevole è un dato da atlante, ma la Florida sa essere vendicativa. «Se soffia più di 37 nodi o se le nubi basse scendono sotto i 4.000 piedi, lo stop è automatico» spiegano i meteorologi della 45ª Weather Squadron.

Perché questa volta non è solo propaganda
Artemis II non posa piedi sul suolo lunare, ma è la pietra di paragone per tutto ciò che verrà dopo: il test del sistema di vita a bordo, delle comunicazioni in profondità spaziale, dello scudo termico che dovrà incenerirsi a 2.750 °C durante il rientro a 11 km/s. Se una sola piastrella dello scudo si stacca, la missione successiva – quella con atterraggio e passeggiata – slitta di mesi, forse anni. E slitta con essa il cronoprogramma che, per ora, prevede la Stazione Gateway in orbita lunare nel 2027 e la prima donna e il primo nero sul suolo lunare nella seconda metà del decennio.
La posta in gioco è geopolitica: la Cina ha annunciato il proprio equipaggio per il 2030, l’India ha appena dimostrato di saper far atterrare un lander sul polo Sud. «Non è una corsa alla bandiera, è una corsa alle risorse» dice un ingegnere europeo che lavora al modulo ESA di Orion. Il polo Sud custodisce acqua ghiacciata: chi la estrae per primo, controlla il futuro carburante spaziale. La Nasa lo sa e, per questo, ha trasformato il Kennedy Space Center in un cantiere aperto 24 ore su 24: 3.700 tecnici in turni notturni, sensori di vibrazione attaccati a ogni centimetro del razzo, computer che simulano 40.000 scenari di guasto al secondo.
Alle 18:24 di mercoledì, se tutto fila, i quattro astronauti sentiranno il rombo di 3.300 tonnellate di spinta che schiaccia la schiena contro lo schienale. Per 42 giorni non proveranno più la forza di gravità. Il mondo intero potrà seguire la diretta su YouTube, ma nessuno potrà sapere – fino all’ultimo secondo – se il cuore metallico del raggio SLS reggerà. La Nasa ha fatto i compiti, ha speso 93 miliardi di dollari, ha rimesso in moto la catena di fornitori che dormiva da decenni. Ora tocca al vento della Florida decidere se il XXI secolo riprenda il cammino interrotto nel dicembre 1972.