Beirut chiude l'inchiesta: 70 indagati, nessuna sentenza dopo cinque anni
Cinque anni, due mesi e venti giorni. Tanto è bastato al giudice Tarek Bitar per chiudere l'indagine sulla strage del 4 agosto 2020, quando 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio trasformarono il porto di beirut in un crater di fuoco: 218 morti, 6.500 feriti, un quartiere cancellato. Il fascicolo è finito sulla scrivania del procuratore generale. Le accuse, 70. Le decisioni, zero.
Un dossier intrappolato tra pressioni politiche e silenzi diplomatici
Bitar ha dovuto fermarsi per oltre tre anni. Motivo? Alcuni degli indagati erano ex ministri, generali, capi doganali. Ogni volta che cercava di interrogare un pezzo grosso, compariva un ricorso, un trasferimento, una minaccia. Dal dicembre 2021 al gennaio 2025 l'istruttoria è stata sospesa 28 volte. Il cambio di governo a inizio anno ha riaperto il cassetto, ma il danno era fatto: prove perse, testimoni silenziati, documenti «polverizzati» nella stessa esplosione.
Le famiglie delle vittime hanno continuato a manifestare ogni martedì piazza Martiri, con le foto dei morti appese al petto. «Non vogliamo un processo-farsa» mi ha detto Hala Helou, che ha perso il fratello portuale. «Se per ottenere giustizia servono altri cinque anni, li aspettiamo. Ma senza patteggiamenti.»

Il nodo: perché quella bomba è rimasta lì per sei anni
Il cargo Rhosus aveva attraccato nel 2013 con un carico «in transito» verso il Mozambico. La nave era in fallimento, il nitrato scaricato in un hangar senza nemmeno un ventilatore. Da lì nessuno lo ha più mosso. Intercettazioni pubblicate da Al-Akhbar mostrano funzari che si scambiano messaggi: «Mandalo via prima che salti in aria». Risposero con burocratismo: «Prima dobbiamo pagare i diritti doganali».
Lo scandalo supera i confini del Libano. Il nitrato era stato venduto da una società moldava a un intermediario ucraino, con una banca britannica a garantire il credito. Il magistrato Bitar ha chiesto rogatorie a Cipro, Spagna, Francia, Russia. Alcune sono arriverate in forma «parzialmente censurata». Traduzione: dietro c'è paura di svelare l'anello debole della catena logistica mediterranea.
Cosa succede adesso
Il procuratore generale ha 60 giorni per valutare l'invio a giudizio. Se confermerà l'impianto accusatorio, assisteremo al più grosso processo per omicidio colposo della storia libanese. Ma i legali degli ex ministri già annunciano ricorsi alla Corte costituzionale. Intanto il porto è stato ricostruito a metà: container nuovi accanto a silos ancora spaccati come denti rotti. Il nitrato non c'è più, il fuoco sì. «Ogni volta che passo qui sento l'odore di bruciato» dice Hala. «E quel odore è l'unica sentenza che abbiamo ricevuto.»
