Beirut sfida teheran: l’ambasciatore iraniano resta, il libano trema
Mohammad Reza Shibani si è preso il suo caffè in terrazza, ha fatto il giro dei saluti e ha riaperto l’ambasciata come se nulla fosse. Fuori, però, c’è chi lo vorrebbe già fuori dal Paese: il ministero degli Esteri libanese lo ha dichiarato persona non grata e gli ha dato tempo fino a ieri per lasciare beirut. Lui non si è mosso. Teheran ha risposto con un secco «restiamo». È il cortocircuito diplomatico che nessuno osava pronunciare: il Libano chiede, l’Iran ignora, e nel mezzo c’è Hezbollah che continua a puntare i suoi razzi sul nord d’Israele.
Il «no» di teheran suona come uno schiaffo a nabih berri
Il portavoce della diplomazia iraniana, Esmaeil Baqaei, ha ribadito la linea ufficiale: «L’ambasciata è operativa, Shibani lavora». Parole che, tradotte nel linguaggio degli affari di palazzo, significano: «Non ci muoviamo di un centimetro». La mossa ha gelato il presidente libanese, che aveva firmato l’espulsione credendo di poter ricucire lo strappo con l’Arabia Saudita e con Washington. Ora si trova a fare i conti con un partner – l’Iran – che ha deciso di mostrare i muscoli a pochi giorni dal possibile riavvio delle trattative sul cessate il fuoco.
Israele, dal canto suo, ha alzato il tiro. Il ministro Gideon Saar ha scaricato su X una valanga di cifre: 5.000 missili e droni lanciati dal 2 marzo, giorno in cui Hezbollah ha violato l’accordo di novembre. «Una parte parte da sud del fiume Litani, zona che l’esercito libanese dice di controllare», ha tuonato, scaricando la responsabilità su beirut. Per Saar il Libano è «di fatto occupato» da Teheran e la comunità internazionale «fa finta di niente».

Il governo di beirut è spaccato in due
Dietro la scena, la spaccatura è netta. Il ministro degli Esteri Youssef Raji ha firmato l’espulsione, ma due ministri filo-Hezbollah sono rimasti in silenzio. Il consiglio dei ministri non ha mai messo nero su bianco la decisione, così l’ordine resta un atto unilaterale, privo di valore legale se non di effetto politico. Risultato: Shibani continua a ricevere telegrammi di solidarietà dalla Guardia Rivoluzionaria e a incontrare i dirigenti di Hezbollah nel sobborgo di Dahieh, dove i libanesi di fede sciita lo considerano un ospite gradito, non un’onta.
Il timore, raccontano fonti diplomatiche europee, è che la partita si sposti ora sul terreno economico. L’Iran ha già minacciato di bloccare le linee di credito che tengono a galla le importazioni di grano e benzina. Un colpo basso per un Paese dove il tasso di cambio ufficiale è solo una maschera per un mercato parallelo che fissa i prezzi reali. Se Teheran stringe i rubinetti, la crisi valutaria potrebbe esplodere entro l’estate.

Beirut rischia di pagare il conto più salato
Il vero nodo è il timing. Il Libano attende il via libera del Fondo Monetario Internazionale per uno stanziamento da 3 miliardi di dollari che dovrebbe salvare le casse del Tesoro. Ma il board dell’FMI non gradisce governi che non controllano il proprio territorio e nemmeno soci che ignorano le regole diplomatiche. Con l’ambasciatore iraniano che sfida l’espulsione, beirut appare proprio così: un Paese che non riesce a imporre la propria sovranità. Il rischio è che l’accordo salti, e con esso l’ultima ancora di salvezza per una popolazione stremata da cinque anni di depressione.
I riflettori restano puntati sulla collina di Ain el-Tineh, dove il parlamento libanese torna a riunirsi domani. Qualcuno ha già ventilato la possibilità di una mozione di sfiducia contro Raji, ma servirebbero 65 firme e, al momento, i numeri non ci sono. Così, mentre i diplomatici europei preparano un dossier da presentare al Consiglio di Sicurezza, Shabani continua a firmare visti e a ricevere delegazioni. Il suo caffè di ieri mattina è diventato il simbolo di un’intera regione che non riesce a dire basta. Il conto, prima o poi, arriverà. E non sarà solo in dollari.
