Bessent: «presto gli stati uniti riprenderanno ormuz, il petrolio scorrerà libero»

«Torneremo a controllare lo stretto di Hormuz e le navi petroliere passeranno senza pietre sullo stomaco». La frascata è di Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, e in un’intervista a Fox News ha detto l’unica cosa che Wall Street voleva sentire: il collo di bottiglia che sta soffocando il 20% del commercio mondiale di greggio verrà rimosso, prima o poi, dalle stesse mani che lo hanno creato.

La promessa arriva mentre il Brent viaggia sopra 91 dollari e il deficit globale di offerta – 10-12 milioni di barili al giorno – comincia a mangiarsi le riserve strategiche. Washington ne sta immettendo 4 milioni, ma è solo un ago in un pagliaio. Il resto, ha spiegato Bessent, verrà dal piano concordato con i 32 paesi dell’Aie: 400 milioni di barili da svuotare entro l’estate.

Il doppio gioco sul greggio iraniano

Il ministero del Tesoro ha appena tolto il blocco sui carichi già in mare di Teheran e Mosca. Risultato: i barili scorrono, ma nessuna valuta torna nei forzieri di Khamenei o Putin. «Nessuno di quei regimi vedrà un dollaro in più», ha precisato Bessent. Traduzione: le compagnie occidentali possono comprare, ma i proventi restano congelati in conti escrow. È la sanzione vestita da regalo.

Lo scenario è delicato. Gli uscieri del Golfo – Emirati e Oman – temono che la re-imposizione del controllo americano su Hormuz possa scatenare la rappresaglia iraniana. A Teheran, i pasdaran stanno già spostando siluri supersonici sulle coste di Qeshm. Il messaggio è chiaro: toccate lo stretto e il dito resta sul grilletto.

I houthi? «per ora tengono la bocca chiusa»

I houthi? «per ora tengono la bocca chiusa»

Bessent non si scompone nemmeno quando gli ricordano che gli Houthi dello Yemen hanno formalmente aderito alla guerra di Iran. «Li abbiamo bombardati per settimane e, guarda caso, hanno smesso di sparare», ha dichiarato, quasi divertito. I raid Usa hanno dimezzato i lanci di droni sul Mar Rosso. Ma l’espulsione di navi commerciali dal Bab el-Mandeb continua: assicurazioni folli, costi di transito triplicati, rotte che si allungano di 15 giorni.

La posta in palio è enorme. Passa da lì il 12% del commercio globale. Se Ormuz e Bab el-Mandeb restano entrambi in ostaggio, il mondo perde due milioni di barili in più. La Fed dovrebbe alzare i tassi, l’inflazione europea tornare a sfiorare il 6%, la Cina rallenterebbe ancora. Un domino che nessuno vuole vedere partire.

Il cronometro è partito. «Presto» è la parola magica usata da Bessent. Ma a Washington, in questi mesi, «presto» può voler dire novembre, quando i voti – non i barili – diventano la valuta più preziosa. E se il prezzo della benzina supera i 4 dollari al gallone, la promessa di riaprire Hormuz potrebbe trasformarsi nell’asso nella manica di una campagna elettorale, non in una reale operazione militare.