Bezzecchi vince ancora: «ieri ero a pezzi, oggi sul podio più alto»
Marco Bezzecchi ha tracciato una linea di fucco sull’asfalto di Austin. Ha vinto lui, di nuovo, con la Aprilia RS-GP che sembra nata apposta per le sue mani. Ma dietro il numero 72 c’è una notte insonne e l’ombra di un errore che ancora gli rode le tempie.
«Ero triste, dico la verità. Ieri ho sbagliato tutto, una piccola distrazione con una conseguenza enorme», racconta con la voce rotta. «Il team non mi ha lasciato solo. Abbiamo smontato la moto pezzo per pezzo, abbiamo analizzato ogni curva fino alle due di notte. Non me l’aspettavo, questo successo. Mi sento come uno che ha trovato la chiave della propria prigione».
Il contatto con acosta e la paura di rovinare tutto
Al primo giro ha toccato Pedro Acosta. Un colpo di reni, un ala tranciata, un attimo di paura. «Ho visto Pedro largo, il vento spingeva, ho spinto anch’io. Quando ho infilato la testa nel carenato ero già sopra di lui. Un tonfo. Per un secondo ho pensato: è finita». Invece no. La moto ha continuato a correre, Acosta non è caduto, Bezzecchi ha stretto i denti e ha dato gas.
È la quinta vittoria consecutiva: Qatar, Portimão, Jerez, Argentina, Austin. Un filotto che nessuno aveva mai incamerato nella MotoGP moderna. Ma lui non si lascia prendere dall’euforia. «I numeri sono numeri. Io guardo solo il prossimo giro, il prossimo setup, il prossimo dollaro di benzina bruciato sul dyno. Se alzo il naso, sono spacciato».

Il segreto? un ingegnere che non dorme e un meccanico che piange quando vince
Nel box di Noale c’è un cartello bianco con scritto: «Lavora come se stessi perdendo». Lo ha appeso il capo tecnico dopo la debacle di Valencia 2023. Da allora, ogni venerdì sera, il gruppo fa un briefing a lume di smartphone: si guardano i video, si disegnano le traiettorie sul pavimento con il nastro adesivo. «Non è strategia, è disperazione diventata metodo», sorride Bezzecchi.
Ora il circus si sposta in Europa. Mugello, Barcellona, Assen. Tre circuiti che non perdonano. «So che un giorno la striscia si interromperà. L’importante è che non sia per colpa mia. Finché la moto grida, io accelero. Quando smetterà di urlare, sarà tempo di tornare a lavorare nell’officina di mio padre a Rimini, dove tutto è cominciato con una 125 accesa a manovella».
Il cronometro segna 1’29″: il tempo che ha staccato sul giro più veloce. È anche il tempo che gli serve per dimenticare la paura e ricordare perché ha iniziato. «La stagione è lunga. Ma oggi, per una volta, ho permesso a mia madre di sorridere senza fingersi forte. Per me è già un campionato».