Bin salman stringe i ranghi: summit a gedda per blindare il golfo contro teheran
Mohamed bin Salman non chiama più. Ordina. Nella sua Gedda ha radunato re Abdallah II di Giordania e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per trasformare la minaccia iraniana in un fronte unico. Tre uomini, due monarchie e un emirato che fino a ieri si guardavano con sospetto. Ora stringono i denti e i ranghi.
Il tavolo dei tre: petrolio, acqua, gas
Il principe ereditario saudita ha scelto il luogo simbolo dell’Arabia che non si piega: il palazzo reale sul Mar Rosso, a pochi chilometri dal punto dove passano i cavi dell’alta tensione che alimentano il deserto. Qui, lunedì sera, il triangolo ha firmato un patto di fatto: la sicurezza di Amman e quella dei sei paesi del Gulf Cooperation Council sono “indivisibili”. Nessuno citi l’articolo 5 della Nato, ma il senso è lo stesso: attacca l’uno, trovi gli altri.
Nei comunicati ufficiali non c’è traccia di “guerra”. Si parla di “escalation pericolosa”, “libertà di navigazione”, “forniture energetiche”. Tradotto: i droni iraniani che da febbraio colpiscono impianti sauditi, navi in transito nel Golfo e, di rimbalzo, le borse di Londra e New York. Il petrolio sale, il gas pure. E il Qatar, che fino a ottobre era convitato di pietra, ora vende a prezzo d’oro il suo LNG alla stessa Europa che lo accusava di finanziare i Fratelli Musulmani.

Islamabad fa da sfondo
Mentre i tre si stringevano la mano, a Islamabad riuniti i ministri degli Esteri di Arabia, Turchia, Egitto e Pakistan cercavano la formula magica per convincere Washington e Teheran a smetterla. Due tavoli, stessa partita: da una parte la diplomazia che prova a salvare gli onori, dall’altra il consorzio militare che prepara il giorno dopo. Perché se le trattative falliscono, l’Arabia vuole già avere il suo esercito di retrovia pronto.
La mossa successiva è scritta tra le righe: più Patriot americani nei cieli del Golfo, più navi europee a scortare i tanker, più fondi del FMI per tenere a galla le casse giordane. Il conto lo presenteranno a Joe Biden, che in queste ore ricalcola il prezzo di una strategia mediorientale costruita sul ritiro.
Resta il nodo iraniano. A Teheran hanno capito il messaggio: se i tre si sono messi d’accordo, vuol dire che anche la diplomazia di scorta — quella cinese e russa — non basta più a tenere in vita il regime degli ayatollah. Il tempo stringe. E nel Golfo, mentre si scrive, un altro drone decolla.
