Bolivia affonda: pioggia killer e corruzione lasciano 100.000 famiglie senza rete
La stagione delle piogge è appena iniziata e già Bolivia grida. 100.000 famiglie senza tetto, una rete viaria spezzata, un morto sulla Santa Cruz–La Paz. Il ministero delle opere pubbliche scarica la colpa su vent’anni di «milioni buttati senza criterio tecnico». Intanto, i fiumi continuano a montare.
La frana che ha aperto il cantiere dell’indignazione
Domenica sera, poco prima del tramonto, la frana ha colpito la curva tra La Angostura e Samaipata. Rocce grandi come pickup si sono staccate dal costone, hanno centrato due pullman di linea e un camion carico di soia. Il bilancio: un conducente morto sul colpo, sei passeggeri feriti, uno ancora in prognosi riservata. Meccanici e volontari hanno lavorato con i fasci di luce dei cellulari: la strada è riaperta, ma la paura resta.
La stessa paura che serpeggia lungo l’arteria Cochabamba–Santa Cruz, la spina dorsale commerciale del paese. All’altezza di El Sillar, la montagna è scivolata giù come un tappeto di fango e alberi sradicati. Escavatori da 30 tonnellate scavano a ritmo frenetico, ma ogni nuovo rovescio cancella il lavoro di notte. Il costo giornaliero del blocco? 1,2 milioni di dollari tra merci perdute e carburante deviato, stimano i camionatori di Federación de Transportadores.

Il conto delle piogge: 20 anni di soldi pubblici evaporati
«Abbiamo speso milioni di bolivianos senza un progetto su carta», ha tuonato il ministro Mauricio Zamora in un’intervista a La Razón. La cifra, tradotta, vale circa 3 miliardi di dollari di opere «fantasma» o rifatte ogni cinque anni. Zamora ha ordinato alla ABC (Administradora Boliviana de Carreteras) di portare ogni ingegnere disponibile sul terreno, ma ha anche ammesso che «la soluzione vera è rifare da zero la rete». Nessun piano, però, indica dove trovare i fondi.
Lo Stato ha dichiarato emergenza per i nove dipartimenti, ma il Senamhi ha già piazzato tre nuove allerte: due rosse sul fiume Grande, una arancione sul Pilcomayo. Il circolo è chiuso: più deforestazione, più terrazze di soia verso l’alto, più colate. «Non è solo pioggia, è urbanismo selvaggio», spiega da La Paz la geografa Valeria Calderón, autrice di uno studio sull’espansione mineraria illegale nel Chapare. «Ogni tunnel abusivo, ogni corrente deviata, trasforma un temporale in disastro.

La prossima valanga si chiama stagione agricola
Il 70% della soia boliviana transita sulle due arterie ora colpite. Con i camion fermi, i silos di Santa Cruz sono pieni fino al tetto e i prezzi spot a Chicago già tremano. Il governo ha concesso 48 ore di sconti fiscali per chi smaltirà via ferrovia, ma la linea che collega Santa Cruz a Puerto Quijarro è satura. Il rischio concreto è un crollo dell’export di 1,4 milioni di tonnellate nel primo trimestre 2026, pari a 600 milioni di dollari di mancato valore.
Intanto, nei barrios di El Alto l’acqua arriva al ginocchio. I bambini fanno canoa tra le strade di lamiera, i genitori contano i giorni di cibo in scatola. A marzo, quando la pioggia dovrebbe dare tregua, il conto potrebbe superare i 200.000 sfollati. Zamora promette «una nuova rete in cinque anni». I geologi ridono: «La montagna non aspetta i bandi di gara».
