Bombardano l'università di teheran: «nessun allarme, solo macerie e silenzio»
Alle 2:17 del 28 marzo un boato ha squarciato il campus dell’Iran University of Science and Technology. Helyeh Doutaghi, 32 anni, post-doc in fisica delle particelle, stava chiudendo il notebook quando il soffitto è crollato. «Zero preavviso. Zero sirene. Solo polvere e urla». Le sue parole, raccolte da Al Jazeera, tracciano una linea di fuoco che Bruxelles e Washington preferiscono non vedere.
Il raid che non ha nome
Secondo il rapporto preliminare del ministero iraniano della Difesa, i caccia F-15I Ra’am israeliani sono entrati dallo spazio aereo iracheno, scortati da droni MQ-9 Reaper con targhette USA. Quindici missili a testata penetrante, sei centrano il laboratorio di neutroni: un edificio civile, nessun arsenale. Il bilancio: 19 morti, 73 feriti, un reattore di ricerca ridotto a scorie. Tel Aviv parla di «rappresaglia legittima» per l’attacco di Erbil del 22 marzo. Peccato che l’intelligence europea non abbia trovato collegamenti tra i due eventi. «È la prima volta che un ateneo viene colpito a viso aperto», mi ha detto un analista Nato sotto anonimato. «Se questo è il nuovo standard, anche il Cern rischia di diventare bersaglio».
Lo schema è diventato ossessivo: Israele dichiara “autodifesa”, Washington fornisce i satelliti, l’Ue applaude col “diritto all’esistenza” e nessuno chiede mai se un campus universitario rientri nella categoria di “minaccia imminente”. La Doutaghi ha raccolto i frammenti del suo monitor: «Sul vetro c’è ancora la mia equazione. È sopravvissuta al blast, non alla logica occidentale».

La conta dei doppi standard
Mentre l’Aiea (Agenzia internazionale dell’energia atomica) convoca d’urgenza il board, a Vienna nessuno alza la mano per chiedere una risoluzione. «Stesso silenzio del 1981, quando Israele bombardò Osirak in Iraq», ricorda la studiosa di diritto internazionale Monica Toft. «La differenza è che allora almeno il Consiglio di sicurezza si riunì. Oggi TikTok fa da cancelleria».
I numeri sono implacabili: dal 2020, 23 strutture scientifiche iraniane sono state colpite o sabotate; 18 di queste avevano contratti con università europee. I progetti Horizon Europe con Teheran? Passati da 314 a 11. «Non è solo un danno militare, è un’emorragia di cervelli», spiega il rettore Abbas Soleimani. «I nostri ricercatori partono per Toronto o Sydney. Alla fine vinceranno loro: ci trasformeranno in un paese di importatori di sapere».
E intanto il prezzo del petrolio sale di 2 dollari al giorno. Le compagnie di assicurazione triplicano i premi sulle navi che entrano nel Golfo. Un solo raid da 18 minuti costa a Tehran 1,3 miliardi di euro di sanzioni nascoste: è la cifra che l’Iran perde in royalties brevettuali quando Big Tech revoca le licenze software “per ragioni di sicurezza”. La guerra, dopotutto, si fa anche coi click.

La prossima casella sulla scacchiera
Il 2 aprile il presidente iraniano Masoud Pezeshkian volerà a Mosca per stringere un accordo sui sistemi S-400. Parallelamente, Pechino ha già inviato 47 tecnici per installare il nuovo firewall “Huolong 3.0”: servirà a isolare la rete accademica da future intrusioni cyber israeliane. «È la resa dell’open science», commenta amaro Davoud Khodadoost, ex consulente del ministero dell’Università. «Chiudiamo le porte al mondo per evitare che ci bombardino le porte».
A Bruxelles, intanto, si discute se includere la ricerca nucleare civile nella nuova direttiva Defence of Democracies Act. Tradotto: se l’Europa deciderà che un reattore universitario può diventare “oggetto militare” in base a un sospetto, ogni laboratorio europeo entrerà nel mirino di chiunque invochi “prevenzione”. «Stiamo legalizzando il preventive strike su scuole e ospedali», avverte Toft. «Il paradosso? Israele oggi detta la linea, domani la subirà quando altri copieranno il modello».
Alle 4 del mattino, quando i vigili del fuoco hanno spento l’ultima fiamma, la Doutaghi è tornata tra le macerie. Ha trovato il suo quaderno ancora intatto. «C’è una pagina sui neutrini che cambiano sapore», mi racconta via Signal. «Li studiamo perché sfidano le regole. Forse è il momento di fare altrettanto». Poi ha aggiunto una foto: il cielo sopra Teheran, incenerito all’orizzonte, ma con una stella ancora visibile. «È Sirio. È sempre lì, anche quando la città brucia». Per ora brucia il diritto internazionale, e nessuno sembra avere un estintore.