Bruxelles smonta l'equivoco sugli imballaggi: arriva la guida anti-trappole

178 chili a testa. È il peso che ogni europeo ha scaricato nell’ambiente nel 2023 sotto forma di cartoni, bottiglie e cartoni vuoti. Oggi la Commissione ha tolto il bavaglio alle aziende: ha pubblicato la guida operativa che traduce in parole concrete il regolamento sugli imballaggi, entrato in vigore a febbraio ma ancora un rompicapo per manager e funzionari.

Il nodo: chi paga davvero la filiera

Il documento di 54 pagine parte dal principale dubbio che ha tenuto svegli i legali: «produttore» è solo chi confeziona o anche chi importa e mette il proprio marchio? Ora è chiaro: responsabilità estesa per chiunque immetta il prodotto sul mercato UE, anche se la lavorazione è esterna. Tradotto: le società di private label non potranno scaricare il barattolo sul fornitore asiatico.

Altro capitolo caldo: i PFAS, i cosiddetti «eterni chimici», vanno dimezzati entro il 2026 negli imballaggi a contatto con alimenti. La guida specifica la soglia di tolleranza: 25 ppb per singola sostanza, 250 ppb per la somma. Chi non adatta le linee dovrà rifare l’intera certificazione di sicurezza, con costi che per una media impresa di trasformazione frutta si aggirano sui 120 mila euro.

Non solo plastica. Il regolamento impone un contenuto minimo di materiale riciclato: 50% negli imballaggi di plastica entro il 2030. Pecca: manca ancora la definizione armonizzata di «riciclato». La guida rimanda a un atto delegato che arriverà «entro la fine del 2025», lasciando le aziende con le mani in mano per il bilancio di sostenibilità 2024.

Il trucco del deposito: funziona solo se è obbligatorio

Il trucco del deposito: funziona solo se è obbligatorio

Bruxelles conferma: il sistema a deposito cauzionale è la leva più efficace per raggiungere il 90% di raccolta differenziata delle bottiglie. Ma – ed è la novità – gli Stati possono esentare i comuni sotto i 20 mila abitanti se dimostrano un’alternativa equivalente. L’Italia, che ha appena introdotto l’obbligo dal 2025, dovrà ripassare i piani di investimento: 600 milioni di macchinari per la reverse vending rischiano di restare fermi per 1.300 piccoli comuni.

Il regolamento lascia spiragli. I «piccoli produttori» – meno di 10 tonnellate l’anno – sono esonerati dalla quota di riutilizzo, ma devono comunque versare la contribuzione al consorzio di riciclo. Una scappatoia che in Paesi come la Romania è già diventata nicchia per eludere i controlli.

La Commissione ha allegato un FAQ dinamico, un documento vivo che verrà aggiornato ogni volta che un giudice nazionale interpreterà la norma in modo diverso. Il primo aggiornamento è atteso dopo la sentenza della Corte di Giustizia sul caso tedesco dei sacchetti compostabili, prevista per ottobre.

I numeri non mentono: senza questa guida l’UE avrebbe collezionato 27 interpretazioni diverse, più 300 procedure di infrazione già pronte. Ora il conto torna: armonizzare significa ridurre del 30% i costi di conformità transfrontaliera, pari a 4 miliardi l’anno per il comparto.

La sfida vera comincia domani. Le traduzioni nelle 24 lingue arriveranno entro luglio, ma le aziende hanno solo sei mesi per adattare le etichette. Chi sbaglia il logo di riciclabilità rischia multe fino al 4% del fatturato. Il mercato non aspetta: i listini carta e plastica hanno già inglobato il premio «verde» nelle quotazioni future. E chi non è pronto pagherà il sovrapprezzo, non la sanzione.