Bruxelles stanzia 1,5 miliardi per la corsa agli armamenti: metà ai droni killer
La Commissione europea ha firmato l’assegno più grosso della sua storia militare: 1,5 miliardi di euro per trasformare l’industria della difesa in un motore a pieno regime. Scatta domani, 31 marzo, la prima tornata di bandi e già si sa dove finiranno i primi 700 milioni: sistemi anti-drone, missili e munizioni. Il resto, per ora, è un puzzle di 800 milioni che include Ucraina, Norvegia e start-up europee.
Il piano in tre mosse
Il meccanismo è brutale nella sua semplicità: 260 milioni per ricostruire la base industriale militare ucraina, 325 per progetti collaborativi con Oslo e Kiev, 240 per acquisti collettivi di hardware anti-aereo e navale. Cento milioni, infine, serviranno a trasformare le piccole aziende del settore in fornitori di serie A del Pentagono europeo. «Innovazione, collaborazione, sovranità tecnologica» ha ripetuto la vicepresidente Henna Virkkunen, come un mantra che suona sempre più un ordine di marcia che una promessa.
Il cronista di guerra Thomas Regnier ha tenuto a precisare: nessuna gara di bellezza, solo chi ce la fa a produrre in tempi da guerra. L’Unione vuole 700 milioni di pezzi in canna entro i prossimi 24 mesi. Il mercato ha risposto con un sospiro di sollievo: le borse di Leonardo, Rheinmetall e Saab ho già messo il turbo in apertura.

Il doppio fondo del fondo
Lo schema nasconde una clausola che nessuno urla: i 260 milioni destinati a Kiev non sono aiuto umanitario, ma un investimento diretto sulla capacità produttiva locale. Tradotto: l’Europa finanzierà fabbriche ucraine per rifornire l’Europa stessa, scaricando sul fronte orientale il rischio logistico di una guerra che non accenna a placarsi. Un milione di proiettili aggiuntivi al mese, secondo i piani interni, con linee montanti pronte a spostarsi in Slovacchia e Polonia se i russi colpiscono gli impianti.
E le start-up? Cento milioni sembrano briciole, ma bastano a trasformare un garage di Bolzano in un centro di stampa 3D per componenti di droni. Il regolamento prevede che il 20% dei subappalti possa essere affidato a imprese con meno di 50 dipendenti. È la clausola “disruptive” che permetterà a qualche società fino a ieri specializzata in sensori per viticoltura di reinventarsi come fornitrice di testate esplosive.
Il conto che nessuno firma
Manca ancora il paragrafo sul prezzo politico. Nessun europarlamentare ha alzato la mano per chiedere dove finirà la contabilità finale di questi investimenti. Il regolamento EDIP non prevede alcun obbligo di pubblicare i subappalti: le multinazionali potranno intestarsi l’intera filiera, spostando utili in Lussemburgo e lasciando in Europa solo gli scarti fiscali. Un buco da 1,5 miliardi che, in mancanza di controlli stringenti, rischia di trasformarsi nel più colossale condono fiscale mascherato da sicurezza collettiva.
La sveglia suona alle 9 di domani per le aziende interessate. Il modulo online richiede una dichiarazione di disponibilità a produrre entro 180 giorni. Chi non ce la fa viene escluso dai finanziamenti futuri. þ il contratto di un continente che ha deciso di non dormire più, ma che ancora non sa chi pagherà la sveglia.
