Casas scatena la valencia: «copa conquistata, ma la liga è il prossimo banco di prova»
Valencia, 30 marzo – Queralt Casas non si accontenta. La capitana della Valencia Basket ha alzato la coppa al cielo del Roig Arena e, con la medaglia che ancora scalda il petto, ha già fissato il prossimo bersaglio: «Vogliamo riconquistare la Liga Femenina. È il titolo che ci manca sul tavolo».
La frase è un proiettile. Nessuna trionfalistica, nessuna pausa emotiva. Solo la fame di chi sa che la stagione non è finita e che, dietro i numeri di un trionfo, si nasconde sempre il rischio di un calo. «Chiudere la Fonteta con diversi trofei appesi» è stato il prologo. Ora serve l’epilogo.
Il cambio di palcoscenico che spaventa i rivali
Lo scenario è mutato. L’anno scorso la squadra vinceva la Copa ma partiva da outsider. Adesso, dopo aver piegato Perfumerías Avenida in finale, la Valencia Basket si presenta al playoff con il marchio di favorita. «La Copa è un torneo corto, bastano due giornate storte per finire fuori», racconta Casas. «In Liga la costanza pesa di più. E noi abbiamo imparato a perdere senza scomporci».
La lezione è arrivata a metà stagione, quando l’exploit di giovani come Carrera e la gestione di Burgos hanno trasformato un gruppo rimaneggiato in un mosaico senza crepe. «Rubén ci ha chiesto di difendere per 28 secondi e di attaccare in 4. Il resto lo fa la qualità», dice la capitana. Il risultato: miglior differenza-canestro della fase regolare e soltanto tre sconfitte interne.
Il dato, però, che fa tremare le avversarie è un altro. Da quando il club ha inaugurato il nuovo palazzetto, la percentuale di vittorie è del 92 %. «Portare il primo trofeo al Roig Arena» non è solo un gesto simbolico: è un monito. La Valencia ha trasferito il fattore campo in un bunker dove il pubblico è a un metro dal campo e il tabellone sembra un videogioco.

Il segreto di un gruppo che non parla di stelle
Lo spogliatoio non ha MVP ingombranti. Casas lo sa e lo trasforma in arma: «Non abbiamo la straniera da 25 punti a serata. Abbiamo sei giocatrici in doppia cifra e una panchina che entra senza sconti». L’equilibrio statistico è la fotografia di un’identità: se Romero chiude con 5 assist, Carrera garantisce 8 rimbalzi, la stessa Casas firma 14 punti ma con il 48 % da tre. «Il talento è collettivo. Il collettivo non si ferma se gli togli un pezzo».
Resta l’incognita salute. La rotazione corta obbliga a gestire minuti e carichi. «Due atlete hanno finito la finale con l’intercostale tesa. Le nostre fisioterapiste dormono con il telefono sotto al cuscino», racconta con una risata che nasconde la preoccupazione. Il calendario, infatti, non perdona: quarti di finale di Liga contro un’avversaria ancora da sorteggiare, poi la semifinale che può coincidere con la finestra FIBA e togliere le nazionali per dieci giorni.
La soluzione, spiega la capitana, è nel foglio bianco appeso negli spogliatoi: una tabella con scritto «1-0» in corsivo enorme. «Ogni gara è una serie. Vince chi prima arriva a due. Il resto è rumore di fondo».
Alle sue spalle, durante l’omaggio alla Mare de Déu, l’organizzazione ha già stampato 12 mila sciarpe taronja per il primo match casalingo dei playoff. I biglietti sono andati sold-out in 43 minuti. «Il pubblico sa che può diventare l’undicesima in campo. E noi sappiamo che, se vinciamo la Liga, la Copa diventa solo l’antipasto di una stagione che entrerà nel libro dei record del club».
La frase è un promemoria. Perché dietro i numeri — 18 partite senza sospeensioni, 63 % di tiri dal campo, 42 mila euro di multa pagata per cori fuori tempo — c’è una storia semplice: una squadra che ha imparato a vincere senza pause e una capitana che non accetta epiloghi a metà.
