Colombia trema: cepeda vola al 37,5% e l’opposizione si spacca
La prima rotta di collisione col futuro politico della Colombia si è disegnata in un sondaggio. Iván cepeda, senatore del Pacto Histórico, ha sfondato il muro del 37,5% di intenzioni di voto, scavando un solco di oltre diciassette punti rispetto al primo inseguitore. È bastato questo a far scattare l’allarme rosso tra i suoi avversari, con Vicky Dávila che ha urlato al paese: «Ci stiamo suicidando».
L’appello di vicky dávila: «o uniamo le forze o ci schiaccia cepeda»
La ex-candidata presidenziale e direttrice di La FM ha usato il suo profilo X come un megafono da guerra. «Se si vota domani, vince cepeda. Punto». Dietro la frase, un dato gelido: la somma degli altri tre candidati di centro-destra supera il 40%, ma è polverizzata tra Abelardo de la Espriella (20,2%) e Paloma Valencia (19,9%). «Serve un fronte unico, subito. Altrimenti ci schianterà con la potenza della macchina statale e il salario mínimo appena aumentato», ha avvertito Dávila.
Lo scenario che emerga dal rilevamento di Guarumo ed Ecoanalítica – finanziato da El Tiempo – non è solo un fotogramma. È un film già in proiezione. Paloma Valencia, infatti, è l’unica che, in un ipotetico ballottaggio, accorcerebbe le distanze con cepeda, attestandosi poco sotto la soglia del 50%. «Ma da sola non basta. Il 31 maggio serve un voto utile, non un voto d’orgoglio», ha incalzato Dávila, caricando sulle spalle della senatrice uribista il peso di una coalizione ancora da nascere.

Il petrolato della campagna: il salario mínimo che sposta consensi
Lo stratagemma di Palacio de Nariño è trasparente. A metà dicembre il governo Petro ha alzato il salario mínimo del 12%, la più generosa delle ultime decadi. Il beneficio ha avuto effetto valanga sui sondaggi: Cepeda è balzato di otto punti in tre settimane «senza muovere un dito», denuncia Dávila. L’operazione di marketing politico è costata 6,5 bilioni di pesos, una manovra che ha trasformato la busta paga dei colombiani in un volantino elettorale.
Lo spauracchio per l’opposizione non è solo la cifra, ma la macchina. «Hanno la chequera del ministerio del Tesoro e la rete clientelare costruita in quarant’anni di indebolimento istituzionale», spiega un analista di Bogotá sotto anonimato. La denuncia è chiara: oltre al voto, si sta comprando la speranza di chi campa con salari al minimo.

Il patto che non c’è: egos, correnti e primarie fantasma
La telefonata tra De la Espriella e Valencia è avvenuta, ma non è bastata. I due si contendono lo stesso bacino di votanti antipetro, e nessuno dei due accetta di fare un passo indietro. «Le primarie le stanno facendo i sondaggisti, non i partiti», sbotta un direttore di campagna. Il Partido Conservador frena, l’Equipo por Colombia non trova un nome unico, e la diaspora di uribisti smarriti naviga a vista.
Il rischio concreto è che il 31 maggio si presentino tre candidature di centro-destra sullo stesso foglio elettorale. Un suicidio aritmetico. In quel caso Cepeda potrebbe vincere al primo turno con appena il 38%: un presidente eletto da meno di quattro colombiani su dieci, ma comunque presidente.
Il punto di non ritorno: 100 giorni per evitare il «disastre cepeda»
Mancano poco più di tre mesi. I tecnici di campagna hanno calcolato che serve un trasferimento di almeno il 70% dei voti di De la Espriella verso Valencia (o viceversa) per riaprire la partita. «Un’operazione chirurgica, non politica», ammette uno strategist. Intanto la macchina del Pacto Histórico ha già messo in campo 2.800 verificadores e 50.000 padrinos per le firme. La partita, insomma, si gioca anche sul campo dei registri elettorali.
Dávila lo ripete come un mantra: «Il nemico non è Cepeda, è la nostra divisione». Ma le sue stesse parole finiscono per rivelare la disperazione: «Se non troviamo un accordo, il 7 agosto ci sveglieremo con un presidente che parla di justicia transicional perfino per coltivare i gerani a Palacio».
La cifra finale è lì, glaciale: 37,5%. Bastano per vincere, se il resto resta spaccato. Il tempo di ricucire, per l’opposizione, scorre via come la sabbia di un’ora rotta. E l’ora, per ora, è di Iván Cepeda.
