Cuba scarcerati con il contagocce: 24/51, e il vaticano fa finta di non vedere

Cuba gioca al lotto dei «graziati». Domenica scorsa Evelio Luis Herrera Duvergel, 25 anni, condannato a sette anni per aver urlato «patria e vita» l’11 luglio 2021, è uscito dal pozzo di Quivicán. È il 24esimo dei 51 prigionieri d’opinione che, secondo l’accordo sigillato da La Habana e Santa Sede, avrebbero dovuto respirare aria libera entro Pasqua. Restano fuori oltre la metà. I conti non tornano, e il silenzio del Vaticano è assordante.

Il 40% è già un precedente deludente

Se la trattativa ricorda qualcosa è il gennaio 2025: 553 detenuti liberati, solo 219 erano reati politici. Il resto? Un assassino, qualche rapinatore, tanti ladri di galline. Il governo ha replicato con lo stesso copione: impacchetta il numero, aggiunge qualche «comune», lo etichetta «indulgenza umanitaria» e spedisce il comunicato. Peccato che, tecnicamente, non sia un indulto, ma un’ammissione condizionale che mantiene la condena in vita. Basta una manifestazione, un post su Facebook, un tweet malizioso e la portiera del carcere si richiude.

Il trucco ha un nome: «licencia extrapenal». Serve a scaricare pressione internazionale senza svuotare le celle. Il prezzo lo pagano i ragazzi dell’11-J, ancora etichettati «sediciosi» nel codice penale cubano. Herrera Duvergel l’ha scampata per ora; altri 1.214 – dato Prisoners Defenders aggiornato a fine febbraio – restano dentro, record assoluto dall’inizio del monitoraggio.

I dialoghi segreti con washington

I dialoghi segreti con washington

Coincidenza: le prime uscite sono arrivate l’indomani dell’annuncio di «colloqui bilaterali» con l’Amministrazione USA. La Habana nega collegamenti, ma la timeline è un indizio troppo chiaro. Biden ha bisogno di un tasto «diritti umani» da mostrare alla Florida elettorale; Díaz-Canel vuole alleggerire le sanzioni e far rientrare i flussi di dollari. Nei meandri della diplomazia, ogni prigioniero è una pedina. Chi esce oggi può rientrare domani, se il tavolo si incarta.

E il Vaticano? Francesco ha parlato di «convergenza di intenti» e «passi concreti». Peccato che i passi siano zoppicanti. L’accordo non prevede né un meccanismo di sorveglianza, né un calendario vincolante. La Santa Sede può solo «pregare e verificare». Pezzi di carta, insomma.

Lo scopo vero è spostare l’attenzione dai 51 ai 24, dal 100% al 47%. È un’operazione comunicativa vecchia come il G2 cubano: riduci il campione, diluisci la statistica, trasforma il dibattito da «libertà di espressione» a «clemenza presidenziale». Intanto le famiglie contano i giorni, le multe, le firme da presentare ogni lunedì al comando di zona.

La lezione è rapida: se i numeri non tornano, cambia il numeratore, non il denominatore. A Cuba il denominatore è sempre la paura.