Reed attacca: il documentario 'leaving neverland' sminuisce il biopic di jackson
Il regista Dan Reed, artefice del controverso documentario ‘Leaving Neverland’, ha lanciato un attacco feroce contro il biopic ‘Michael’ di Antoine Fuqua, svelando una profonda incongruenza nella narrazione e sollevando interrogativi sulla gestione della verità da parte della produzione e della famiglia Jackson.
Un’omessa realtà: le denunce di abuso silenziate
Reed denuncia l’assenza totale di riferimenti alle accuse pubbliche di abuso sessuale infantile che hanno macchiato la figura di Michael Jackson negli anni ‘90 e primi anni 2000. La pellicola, che ha incassato 219 milioni di dollari nel suo debutto, si conclude prematuramente, prima che emergano i primi segnali di allarme, dipingendo un quadro di Jackson come un uomo ingiustamente accusato di mentire.
Il film presenta Jaafar Jackson, interpretato dal suo nipote, in una scena del film ‘Michael’. La performance, secondo Reed, è “rigida” e priva del materiale necessario per dare profondità al personaggio, trasformandolo in una ‘statua’ che recita canzoni senza trasmettere l’essenza di Jackson.

Le voci delle vittime rifiutate
Il documentario originale, proiettato a Sundance con un’atmosfera di tensione palpabile, ha lasciato un’impronta indelebile sul pubblico e sulle vittime, Wade Robson e James Safechuck, che hanno raccontato le loro esperienze con un coraggio sconvolgente. Reed sottolinea che Robson e Safechuck non hanno ricevuto alcun compenso per la loro testimonianza e che non hanno cercato accordi economici per tacere, mentre la famiglia Jackson e gli associati avrebbero invece agito per ‘ripulire’ la reputazione dell’artista.
“La prima parte del film, quella che riguarda l’infanzia di Jackson, potevo crederla,” dichiara Reed con amarezza. “Ma una volta che si arriva all’età adulta, interpretato da Jaafar, la facciata crolla. È un ballerino talentuoso, certo, ma la sua interpretazione è superficiale, priva di quella scintilla che rendeva Jackson unico. Un’immagine plastica, quasi assente di emozioni.”
Reed prevede un processo legale entro l’anno, sostenendo che le prove e i testimoni raccolti riveleranno la verità sull’abuso subito dai bambini. La figura di Jackson, secondo il regista, è ormai diventata un mito inarrivabile, un’icona culturale che non può essere associata alla realtà degli abusi.

Un mito inamovibile?
Il documentarista conclude con una frase incisiva: “Chi ha promosso una narrazione falsa su un pedofilo per decenni, questo è un’offesa inaccettabile”. La decisione della produzione di ‘Michael’ di ignorare o minimizzare le accuse di abuso infantile non è, a suo dire, un errore, ma una scelta deliberata per preservare l’immagine mitica di Michael Jackson, a costo di negare la sofferenza di chi ha subito un’onta indelebile.