Corea del sur blocca il jet fuel: l'australia rischia il vuoto nei cieli

La stretta arriva da Seul. Le compagnie aeree sudcoreane hanno chiesto al governo di bloccare le esportazioni di carburante per jet e dirottarle sul mercato interno. Un colpo basso per l'australia, che dipende da Corea del Sud e Cina per metà del suo jet fuel importato: 4 miliardi di litri all’anno, l’80% del consumo nazionale.

La richiesta, confermata al Guardian da un funzionario del ministero dei Trasporti, è ancora in cartello: il ministero dell’Industria smentisce di averla ricevuta. Ma basta il vento della possibile restrizione per far tremare i desk di trading di Singapore. Il greggio mediorientale che Seul raffina e reesporta passa per lo stretto di Hormuz, chiuso a marzo dagli attacchi USA-Israele all’Iran. Da allora il governo ha congelato i prezzi e limitato l’export di benzina, gasolio e kerosene. Il jet fuel, per ora, è fuori dal provvedimento. Ma le compagnie low cost non ci scommettono.

La corsa allo stock e i voli cancellati

Eastar Jet ha già cancellato 50 rotte per il Vietnam. Air Busan e Aero K hanno tagliato i voli internazionali da aprile. Air Premia ferma 10 collegamenti USA a maggio. Asiana e T’way Air hanno dichiarato stato di emergenza. Anche Korean Air tace, ma Jeju Air – la low cost più grande del paese – ammette: «Stiamo facendo scorta e risparmiando con i Boeing 737 MAX, -20% di consumo». Il messaggio è chiaro: il rischio reale è dietro l’angolo.

Il domino si estende. Vietnam ha avvisato i vettori: il carburante raddoppierà o triplicherà. Manila ha proclamato emergenza energetica: «Aterrare gli aerei è una possibilità concreta», ha avvertito il presidente Marcos. Il Giappone ha promesso restrizioni ai rifornimenti. Qantas ha già alzato le tariffe internazionali. Il prezzo del biglietto, in Asia, è diventato un termometro della guerra.

L’australia scopre di essere vulnerabile

L’australia scopre di essere vulnerabile

Canberra si è illusa di avere scorte fino a maggio grazie a un cenno diplomatico cinese. Ma la Cina fornisce il 32% del jet fuel australiano, la Corea del Sud il 17%. Un taglio simultaneo lascia l’isola-continente con un buco da 4 miliardi di litri. Il ministero dell’Energia non ha un piano B visibile. I depots di Sydney e Melbourne sono pieni solo fino a 30 giorni. Dopo, toccherà ai raffinatori europei – più lontani e più cari – colmare il vuoto.

Il paradosso: Corea del Sud è il primo esportatore mondiale di jet fuel, ma importa ogni barile di greggio. Il 70% passava per Hormuz. Oggi quegli stessi barili sono ostaggi di una guerra che non è sua. Se Seul decide di chiudere i rubinetti, l’australia lo scoprirà quando i display degli aeroporti mostreranno «volo cancellato» e il prezzo del kerosene avrà già superato i 150 dollari al barile. La prossima crisi non arriva con un comunicato. Arriva con un tabellone rosso e un carburante che non c’è.