Hong kong a luci spente? il magnate elettrico: «siamo gialli, non rossi»
Il conflitto in Medio Oriente ha acceso il semaforo giallo sulle bollette di Hong Kong. Michael Kadoorie, presidente di CLP Group, l’utility che da 125 anni tiene accese le luci dell’ex colonia, non usa mezzi termini: «Chi sa cosa combinerà il Medio Oriente? Nessuno. Per ora non siamo all’allarme rosso, ma il prezzo del gasolio ha già tirato il freno a mano».
Lo dice mentre il gregorio sale e i mercati energetici fanno i conti con un nuovo shock. La sua azienda, però, ha costruito un cuscinetto tariffario dentro l’accordo di controllo stipulato con l’esecutivo locale. Traduzione: per i prossimi mesi i 2,6 milioni di clienti di CLP non dovranno stringere le cinghie, almeno sulla luce.
Il piano nucleare dietro il porto d’oro
La carta vincente è la moltiplicazione delle fonti. Kadoorie elenca: gas naturale liquefatto da Australia e Qatar, nucleare importato via cavo dall’entroterra cinese, carbone indonesiano, olio pesante spot. «Non dipendiamo dal Medio Oriente» recita il mantra. Pezzo grosso del puzzle: il reattore di Daya Bay, a 50 km da Hong Kong, fornisce il 25% dell’elettricità cittadina. Un flusno che Pechino ha appena promesso di raddoppiare entro il 2030.
Il padre fondatore dell’impero, Sir Elly Kadoorie, avrebbe sorriso. Quando nel 1898 ottenne la prima concessione per illuminare Hong Kong Island, le lampadine erano un lusso da club per uomini bianchi. Oggi CLP gestisce 20 miliardi di dollari di ricavi e ha in portafoglio 11 GW di capacità installata. Il rischio, però, è cambiato pelle: non più la scarsità, ma la volatilità dei prezzi.

La bolletta che (ancora) non trema
Il vero nodo è il meccanismo di recupero. A Hong Kong le compagnie elettriche possono riversare sul cliente l’80% degli aumenti del combustibile, ma solo dopo un anno. Philip Kadoorie, figlio e consigliere delegato non esecutivo, spiega: «Abbiamo accumulato riserve per smorzare il primo round di rincari. Quando scatterà il conguaglio, però, l’importo sarà diluito su 24 mesi». Tradotto: la fattura salirà, ma a rate.
Il governo locale, intanto, ha aperto il bando per un nuovo rigassificatore galleggiante. Serve a raddoppiare la capacità di stoccaggio di gas naturale e a tenere il piede in due scarpe: quella cinese e quella globale. Il progetto costerà 1,2 miliardi di dollari e sarà operativo nel 2026. Un’assicurazione contro lo shock petrolifero che, secondo gli analisti di Goldman Sachs, potrebbe riportare il barile a 110 dollari se il conflitto si allarga allo stretto di Hormuz.
L’eredità di famiglia si gioca sul green
La sfida successiva è decarbonizzare senza perdere il controllo dei prezzi. CLP si è impegnata a chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2035 e a raggiungere la neutralità nel 2050. Un percorso che passerà per l’idrogeno verde e per l’acquisto di energia rinnovabile dal Guangdong. «Non possiamo permetterci il lusso dell’ideologia» taglia corto Kadoorie. «Hong Kong ha bisogno di luce 24 ore su 24, non di slogan».
Il bilancio del primo semestre parla chiaro: utile netto in calo del 42% a causa del caro-energia, ma i margini restano sopra il 15%. I soci hanno comunque incassato un dividend di 0,63 dollari per azione, invariato rispetto al 2022. Un segnale: la cassaforte regge, anche se il mondo fuori brucia.
Quando gli chiedono se dorme tranquillo, Kadoorie alza le spalle: «Accendo l’interruttore ogni sera. Se la luce si spegne, sarà colpa mia». Poi sorride: «Per ora, il semaforo è giallo. E io guido con il piede sul freno, pronto a accelerare».
