Il cairo spegne le luci: negozi chiusi alle 21 per sfamare le centrali a petrolio

Alle 21 in punto il metallo abbassa le saracinesche. Il frinire dei motori dei taxi si affievolisce, i narghilè si spengono come candele d’anniversario. Per la prima volta dal tempo di Nasser, il cairo smette di fingere di non dormire mai. Il governo ha ordinato la chiusura anticipata di bar, ristoranti e negozi per un mese, tagliando la notte egiziana per salvare barili di petrolio che le turbine delle centrali elettriche divorano a ritmo doppio, da quando Stati Uniti e Israele hanno trasformato lo Stretto di Hormuz in un tiro a segno.

Il conto da 2,5 miliardi che ha spento la città

La cifra è lì, secca: la bolletta petrolifera di gennaio è raddoppiata. 2,5 miliardi di dollari in trentuno giorni, contro 1,2 miliardi del mese precedente. Il Cairo importa il 28% della benzina e il 45% del gasolio; senza quei flussi, le turbine si inchiodano. Così il premier Mustafa Madbouly ha scelto il taglio più netto: spegnere la città invece di alzare ancora i prezzi dei carburanti, già incrementati a inizio mese. Il risultato è un coprifuoco commerciale mascherato da “misure eccezionali”.

Il danno scende in strada. Youssef Salah, 46 anni, gestisce un caffè a Sayeda Zeinab da diciannove anni senza mai chiudere. Adesso licenzia 14 dei suoi 35 dipendenti. «Il picco era dalle 22 alle 2, quando i tavoli si riempivano di partite a domino e fumate di mele al tabacco. Oggi che senso aprire se alle 21 devo mandare tutti a casa?», dice mentre abbassa la serranda proprio mentre il sole tramonta. Due ore dopo, le sue casse avrebbero dovuto cantare; invece restano mute.

La talbia senza narghilè: quartieri popolari in rivolta silenziosa

La talbia senza narghilè: quartieri popolari in rivolta silenziosa

Nei vicoli della Talbia, working-class dentro il Grande Cairo, i clienti non se ne vanno. Semplicemente spengono le luci e continuare a tirare fumo dalla shisha. «Effetto farfalla», ha twittato Mahmoud Elmamlouk, direttore di Cairo24. «La chiusura dello Stretto di Hormuz ci ha tolto il narghilè in Talbia». Le forze dell’ordine finora chiudono un occhio, ma le multe iniziano a circolare: 5 000 sterline egiziane (circa 100 euro) per ogni violazione, cifra monstre per un commerciante che vive al mese.

Il governo ha concesso un’eccezione: le località turistiche – Hurghada, Sharm el-Sheikh, Marsa Alam, Luxor, Aswan – restano accese. Il flusso di valuta estera vale più del risparmio energetico. Ma il turismo non arriva al Ayman Harbi che vende souvenir nel Downtown del Cairo: «In estate il lavoro inizia alle 20. Chiudere alle 21 significa azzerare la giornata». Le sue mani sudate stringono un souvenir di alabastro che nessuno comprerà stanotte.

Il buio che costa 300 000 posti di lavoro

La federazione delle associazioni di commercio stima che oltre 300 000 lavoratori possano rimanere senza stipendio entro fine aprile. Magdy al-Deeb, titolare di una catena di caffè, fuma proprio davanti al suo locale chiuso: «Dove li mando? Il governo ci ha chiesto di razionare energia, ma nessuno ci ha detto come razionare la fame». La paura è che la misura diventi permanente, come già accaduto per la razione di pane del 1977.

Intanto il ministero del Petrolio calcola che spegnere bar e insegne al neon alle 21 faccia risparmiare 15 000 barili di greggio al giorno, appena l’1,5% del consumo nazionale. Un bottino simbolico che però evita nuovi rincari alla pompa, in un paese dove il salario medio è di 180 dollari mensili. È la matematica del palliativo: si sacrifica il tessuto sociale per guadagnare qualche settimana di tregua.

Il cairo che non dorme mai, addio al mito

Due notti fa una passeggiata da Tahrir a Zamalek ha rivelato un paesaggio irreale: semafori spenti, vetrine oscurate, il Nilo che rispecchia solo il riflettore di una motovedetta. I venditori ambulanti di tè hanno sostituito i samovar con pile di scatole vuote. «Sembra un set cinematografico dopo il ciak», mormora un carabiniere in borghese. Il mito del Cairo città che non dorme mai si è spento con lo stesso clic che ha abbassato le saracinesche.

Resta da capire quanto durerà la penitenza. Il ministero dell’Energia parla di «revisione settimanale», ma le fonti interne dicono che il coprifuoco commerciale potrebbe protrarsi fino a quando lo Stretto di Hormuz non tornerà navigabile, cioè chissà quando. L’alternativa, avverte Madbouly, sarebbe «una nuova ondata di aumenti». Tradotto: o si spegne la città, o si svuotano le tasche. Per adesso, il Cairo ha scelto il buio.