Il petrolio a 140 dollari frena l'india: coda ai distributori e crescita già in bilico
Hyderabad, 24 marzo. Un’olandese di auto si snoda fuori dal bunker di Madhapur. Gli impianti di rifornimento aprono a singhiozzo, i gesti contano i litri come monete d’oro. È il primo segnale concreto di quella che il governo indiano chiama “dislocazione epocale”: il conflitto iraniano che dal 28 febbraio ha trasformato lo stretto di Hormuz in un corridoio minato per il 20% del greggio mondiale.
La sequenza è rapidissima: missili su Teheran, assicurazioni navali che si ritirano, premi di rischio che esplodono, e il barile destinato all’India – che fino a gennaio pagava 79 dollari – viaggia già sopra i 140. Traduzione: +75% di costo in meno di un mese, metà del fabbisogno nazionale che transita proprio lì.
Il conto lo pagano le urne
Delhi non ha ancora alzato i prezzi al pubblico: ha tagliato le accise di 10 rupie al litro e tassato le esportazioni di gasolio e kerosene. Una manovra elettorale – le urne regionali si chiudono il 4 maggio – che però stacca subito 400 miliardi di rupie (4,3 miliardi di dollari) dal gettito fiscale. Il ministro del Petrolio Hardeep Puri ammette l’effetto “buco”, ma il palazzo della Finanze è già al lavoro su una clausola: il rincaro verrà scaricato sulle famiglie solo dopo i ballottaggi.
Intanto il deficit commerciale si gonfia come un pallone tiepido. Il consiglio economico capo V. Anantha Nageswaran parla di “rischio al ribasso considerevole” sul pil 2026-27, stimato al 7%: «Se il greggio resta sopra i 120, la crescita potrebbe scendere sotto il 6% e il conto corrente aprirsi di oltre 2 punti percentuali».

L’inflazione si porta via i ristoranti
Il segnale arriva dai ristoranti di Mumbai: la bomboletta LPG – che in India cuoce metà dei pranzi – ha già guadagnato il 28% in un mese. Le raffinerie interne non riescono a tappare il buco: producono appena il 15% del fabbisogno di gas di condotta. Risultato: le famiglie riducono i turni di cottura, i piccoli ristoratori passano al fornello elettrico, ma la bolletta energetica sale comunque.
La banca centrale si muove con i piedi di piombo. Il 8 aprile l’RBI dovrà decidere se alzare i tassi per arginare l’inflazione o trattenere la mano per non soffocare la domanda interna. Il dilemma è drammatico: l’indice dei manager dell’HSBC è crollato a 52,3, il minimo da ottobre 2022. Le aziende intervistate parlano di «pressione sui costi ai massimi di quattro anni» e di ordini che si contraggono più velocemente delle aspettative.

Il flusso di cash che cambia rotta
Colpito anche il fronte degli investimenti. I fondi esteri hanno già venduto titoli indiani per 3,8 miliardi di dollari da inizio marzo, la fuga maggiore da un anno. Il differenziale di rendimento rispetto al decennale Usa si restringe, il rupia tocca i 84,4 sul dollaro e le banche locali fanno incetta di valuta estera per coprire le importazioni di petrolio spot.
Al mercato di Kochi i trader già scommettono su un barile a 160 dollari entro maggio se i pasdaran intensificano gli attacchi ai tanker. L’unico spiraglio arriva da Mosca: fonti del ministero dell’Energia indiano raccontano di trattative riservate per acquistare altri 200.000 barili al giorno di Urals a prezzo scontato. Ma la logistica è un incubo: nessuna compagnia di assicurazione tocca più le navi che fanno scalo in Iran, e il perimetro del Mar Arabico è minato da droni.
La partita si giocherà dunque su tre tavoli: urne, porti e conti pubblici. Il governo spera di arrivare a maggio senza dover alzare i listini, ma il dossier è già sul tavolo del nuovo parlamento. La crescita da 7% promessa agli elettori può bastare a coprire il buco da 30 miliardi di dollari che la guerra in Medio Oriente ha scavato nei conti dell’India. La coda fuori dai distributori di Hyderabad è solo l’antipasto.