Il petrolio esplode a 115 dollari, wall street trema ma resiste: l'ira di trump spaventa i listini
Il Brent ha toccato quota 115 dollari al barile stamane, il livello più alto da quando la tensione con l'Iran è diventata guerra aperta. La miccia è stata una minaccia di Donald Trump: se Teheran non riaprirà lo stretto di Hormuz, gli Stati Uniti colpiranno centrali elettriche e impianti petroliferi iraniani. Bastano 280 caratteri su Truth Social per far impennare il prezzo del greggio e far perdere il sonno a mezzo mondo.
Il mercato si divide: petrolio alle stelle, azioni in rimbalzo
Dopo il picco, il Brent si è rifugiato a 107,95 dollari, mentre il West Texas Intermediate ha chiuso la seduta a +2% a 101,70. Un segnale chiaro: il rischio di un'escalation militare è reale, ma gli operatori scommettono – per ora – su una breve durata del conflitto. È la stessa scommessa che ha spinto Wall Street a chiudere in verde: il Dow Jones ha guadagnato 381 punti (+0,85%), lo S&P 500 lo 0,6% e il Nasdaq lo 0,3%.
Lo stesso Trump, nella stessa nota, ha parlato di «grandi progressi» nei negoziati. Bastato a far dimenticare la parola «correzione» pronunciata venerdì, quando l'indice Dow è entrato ufficialmente in territorio ribassista. Chris Larkin, managing director di E*TRADE, non usa mezzi termini: «Le azioni combattono una battaglia in salita contro il petrolio e l'incertezza politica. Senza una fine visibile per la guerra, la volatilità resta padrone.»

Sotto la cenere, i fondi comprano
Lo S&P 500 è ancora 7,4% sotto il massimo storico di gennaio. Il Dow e il Nasdaq valgono oltre il 10% in meno. Per i gestori è un «terreno di caccia». Morgan Stanley stima che, considerando gli utili attesi per il 2025, l'indice americano sia 17% più conveniente rispetto a inizio conflitto. Uno sconto simile a quello visto durante le crisi passate che non hanno portato recessione né rialzo dei tassi. Michael Wilson e il suo team leggono nella discesa «prove crescenti che la correzione sia vicina alla fine».

La fed tra due fuochi
Il vero banco di prova è però la Federal Reserve. Se il petrolio resta sopra i 100 dollari, l'inflazione rischia di ripartire. Alcuni economisti temono che la Fed possa perfino alzare i tassi per contrastare i rincari, rinunciando al taglio tanto atteso. Un errore che rallenterebbe l'Economia e schiacerebbe ancora di più le valutazioni. Il rendimento del Treasury a 10 anni è sceso al 4,35% dal 4,44% di venerdì: un respiro, ma troppo piccolo per cantare vittoria.
La guerra non dà date. I prezzi, sì. E oggi dicono che il mondo è disposto a pagare 115 dollari per un barile, ma non è disposto a credere che il conflitto finirà domani.
