La petroliera russa sanzionata sfida washington e rifornisce cuba

Un silenzio rotto solo dal tonfo delle turbine. L'Anatoly Kolodkin, petroliera bandiera russia già nel mirino di Stati Uniti, Ue e Regno Unito, ha tagliato le acque cubane senza che nessuno alzasse un dito. A bordo: 700 mila barili di greggio destinati a Matanzas, primo carico che l’isola riceve da oltre due mesi mentre i distributori chiudono e i generatori digeriscono benzina razionata.

Il permesso che nessuno ha firmato

Il 12 marzo il Tesoro americano aveva esplicitamente vietato a cuba di importare petrolio russo. Peccato che, secondo quanto trapela da funzionari citati dal New York Times, la Guardia costiera Usa abbia ricevuto l’ordine di lasciar passare. Tradotto: il blocco de facto imposto da Trump all’Avana si è trasformato in un passaggio obbligato, purché il greggio venga da Mosca. Un’incoerenza che, a Kiev, fa drizzare i capelli a Zelensky: più soldi per il petrolio russo significa più rubli per i carri armati in Donbass.

La mossa rientra nella strategia – mai confermata – di alleggerire temporaneamente le sanzioni per stabilizzare i mercati globali, dopo che l’offensiva israelo-americana contro l’Iran ha rialzato le quotazioni. Ma il prezzo politico è altissimo: regalare a Putin un cliente caraibico che, fino a ieri, Washington cercava di soffocare.

Cuba, ostaggio di due fronti

Cuba, ostaggio di due fronti

L’isola vive il peggior blackout energetico degli ultimi trent’anni: fabbriche ferme, ospedali in emergenza, turisti che fanno le valigie. Il greggio della Kolodkin non basterà a colmare il buco – serve almeno un milione di barili al mese – ma per Díaz-Canel è ossigeno puro. Il messaggio è chiaro: anche se Trump urla «cuba is next» ai convegni di Miami, i serbatoi di L’Avana verranno riempiti lo stesso, con la benedizione implicita di Washington.

Lo scenario ha del paradossale. Mentre Marco Rubio viene incaricato di negoziare una «presa di controllo amichevole» dell’isola, la flotta russa fa il pieno nei porti cubani. Il soft power americano si trasforma in hard cash per il Cremlino: ogni barile venduto a L’Avana è un dollaro che non finisce nelle casse di Exxon ma in quelle di Rosneft.

Per il governo cubano si tratta di una scelta obbligata: stringere la mano a Mosca per non soccombere al nemico di sempre. Per gli Stati Uniti, di un double bind diplomatico: penalizzare l’Avana significa alimentare la guerra in Ucraina, salvarla significa perdere faccia davanti a due secoli di embargo. La soluzione? Chiudere un occhio, sperare che il prezzo del greggio scenda e che l’opinione pubblica dimentichi la foto della Kolodkin ormeggiata sotto il sole di Matanzas.

La petroliera ha scaricato il carico e già fa vela verso Primorsk, lasciando alle spalle un’isola che, per una settimana, potrà accendere i ventilatori senza contare i minuti. Poi tornerà il buio. E con esso la consapevolezza che, nel Mar dei Caraibi, la partita tra Washington e Mosca si gioca anche a colpi di silenziosi permessi di passaggio.