economia

Le banche centrali hanno tradito la stabilità: l'inflazione è già sopra il target ovunque

I numeri sono testardi. Prima che scoppiasse l'ennesimo shock sui prezzi, l'inflazione core galleggiava già 100 punti base sopra il target in Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito. In Europa, Canada e Giappone la musica era la stessa: prezzi in accelerazione, promesse di controllo disattese.

Tradotto: nessuna banca centrale del mondo sviluppato ha ricucito il strappo pandemico. Il cosiddetto «ritorno alla normalità» è solo una foto filtrata su Instagram, mentre la realità è un carrello della spesa che pesa il doppio.

La verità che non compare nei comunicati stampa

La verità che non compare nei comunicati stampa

Guardando indietro, i cicli di taglio dei tassi sono apparsi affrettati, in qualche caso pure pilotati da pressioni politiche. La Fed, la Bce, la Bank of England: tutte hanno abbassato le leve pensando di poter dominare l'inflazione con la retorica. Peccato che i prezzi non ascoltino i discorsi di apertura dei governatori.

La conseguenza? Un effetto yo-yo sui mercati e un'erosione del potere d'acquisto che non riguarda più «qualche categoria vulnerabile», ma la classe media per intero. È la banalizzazione della perdita di valore: ogni stipendio arriva un po' più smagrito, ogni pensione un po' più corta.

E adesso, con la guerra in Ucraina che si trascina e la supply chain ancza intasata, la scusa del «fattore temporaneo» non regge più. Il persistere dei rialzi è la firma di un problema strutturale, non di un incidente di percorso.

Il rischio più concreto è un nuovo round di strette monetarie, più aggressivo del previsto. Se i mercati obbligazionari scoprono che la Fed dovrà riportare il fed funds oltre il 6%, i mutui a 30 anni negli Usa potrebbero sfondare l'8%, trascinando con sé i mercati immobiliari globali. La domanda non è se, ma quanto tempo manca prima che la bolla creditizia inizi a sfiatare.

Intanto le famiglie europee pagano bollette elettriche ancora il 60% sopra il 2019, mentre le aziende rinunciano agli investimenti per coprire il costo del denaro. Il circolo vizioso è servito: meno investimenti, meno produttività, meno crescita reale. E, in assenza di crescita, il peso del debito pubblico diventa schiacciante.

La lezione? Quando i numeri parlano, i comunicati tacciono. E adesso i numeri urlano una verità scomoda: la stabilità dei prezzi è morta di overdose da promesse. Rinvenirla costerà altri sacrifici, ma questa volta senza il lusso di poter dire «non potevamo saperlo». Perché lo sapevamo. Ed eravamo avvertiti.