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Milei festeggia: povertà al 28,2%, è il livello più basso da sette anni

Il presidente argentino Javier Milei ha twittato «MAGA!» appena l'Indec ha pubblicato il dato: nel secondo semestre 2025 la povertà scende al 28,2%, la indigenza al 6,3%. Sono 13,5 milioni di persone che restano sotto la linea della povertà, ma è la cifra più bassa dal 2018 e significa che in un anno sono usciti dalla miseria oltre 11 milioni di connazionali.

Il tracciato di un crollo che nessuno si aspettava

Lo scorso febbraio, quando la povertà aveva toccato il 52,9% dopo la svalutazione e il tornado inflazionario, gli economisti davano l'Argentina per spacciata. Oggi que lo stesso indicatore è sceso di 24,7 punti in diciotto mesi, perfino i tecnici più scettici ammettono: «Qualcosa ha funzionato». Il ministro dell'Economia Luis Caputo parla di «ricetta» – crescita, disinflazione, sussidi diretti senza intermediari – e promette che il trend non si fermerà.

La curva, però, nasconde uno spigolo. Quei 28 punti restano sopra la media del 2015 e triplicano la povertà tedesca o francese. Dentro il 28,2% ci sono 3 milioni di indigenti che ancora non riescono a comprare la Canasta Básica de Alimentos; e ci sono regioni come el Gran Buenos Aires dove la percentuale sfiora il 35%. Insomma: la fotografia è meno buia, ma non è un paesaggio da cartolina.

Perché il dato convince i mercati e non la gente

Perché il dato convince i mercati e non la gente

Wall Street ha premiato il peso argentino, il rischio-paese è calato e il titolo Bonar 2030 è salito del 4% nelle prime due ore di contrattazione. Milei rilancia: «Dato, non racconto». Peccato che nel barrio Rodrigo Bueno, a due passi dal microcentro porteño, i bambini continuano a chiedere la merienda a scuola e i loro genitori a fare la fila davanti ai centri di distribuzione alimentare.

Lo capisce bene il capo di gabinetto Manuel Adorni quando, in conferenza stampa, taglia corto: «È il valore più basso da sette anni, punto». Il suo tono è di chi sa che un punto percentuale in più o in meno non cambia la percezione di chi ancora non arriva a fine mese. E sa anche che, se l'inflazione tornasse a galla, il crollo verticale della povertà potrebbe trasformarsi in un rimbalzo altrettanto rapido.

Il governo ha già messo in conto un 2026 difficile: il Congresso frena la rielezione, i sindacati chiedono aumenti salariali, e la soja – valvola di ricchezza del Paese – si vende a prezzi stagnanti. Resta, per ora, la soddisfazione di aver ridotto la tragedia sociale a un numero sopportabile, almeno sulla carta. Ma sopportabile è diverso da risolto: lo sa chi, uscito dalla povertà, è appena riuscito a comprare un kilo di carne dopo mesi di sola pasta. Per lui il 28,2% non è un trionfo, è solo un respiro più lungo.