Trump firma il pagamento d'emergenza, ma gli aeroporti restano in tilt: la crisi tsa è solo all'inizio

Il presidente Donald Trump ha firmato un'ordinanza per pagare subito gli agenti della TSA, ma le code agli aeroporti principali degli Stati Uniti continuano a crescere. I passeggeri sono invitati ad arrivare con ore di anticipo, mentre agenti dell'immigrazione continuano a sostituire i mancati controllori di sicurezza. La misura arriva 44 giorni dopo la scadenza dei fondi del DHS, il record di chiusura federale.

Una scorciatoia che non basta

L’ordine esecutivo di venerdì ha ordinato al Dipartimento di Sicurezza Nazionale di erogare immediatamente gli stipendi arretrati, ma nessuno sa con precisione quanto tempo servirà perché l’effetto si avverta ai tornelli. I dipendenti della TSA sono rimasti senza paga da San Valentino: 500 hanno già dato le dimissioni e altri valutano se rientrare, spaventati dall’idea di nuovi ritardi.

Tom Homan, la «talpa» di Trump alla frontiera, ha ammesso domenica in tv che gli agenti ICE resteranno negli hub «finché non torneremo alla normalità». Su CBS ha parlato di «fratelli e sorelle» della TSA da supportare; su CNN ha confessato il dubbio: «Dipenderà da quanti ne hanno cambiato lavoro per sempre». La frase rivela la vera paura della Casa Bianca: la fuga di cervelli nel cuore della rete aeroportuale nazionale.

Charlotte Douglas, con 600 dipendenti TSA, promette bonifici già da lunedì, ma l’aeroporto chiede «soluzioni a lungo termine». Johnny Jones, sindacalista AFGE, è più brutale: «È un disastro in corso. C’è chi teme di non vedere nemmeno tutto l’arretrato, perché la direzione ha avuto pochissimo preavviso per caricare i dati». E chi era in ferie senza soldi per la benzina rischia di non essere pagato per quei giorni.

LaGuardia, Atlanta, New Orleans, Baltimora: tutti continuano a consigliare tre ore di anticipo. I call-out, le assenze non autorizzate, toccano il 40% in alcuni scali; giovedì scorso l’11,8% degli addetti schedulati non si è presentato, il massimo storico. Gli ICE, mobilitati per velocizzare i controlli documenti, non fanno screening bagagli: servono solo a tamponare, non a colmare il buco.

Fiducia a pezzi

Fiducia a pezzi

Caleb Harmon-Marshall, ex ufficiale TSA e fondatore della newsletter Gate Access, avverte: «Le file si accorceranno solo quando gli agenti saranno certi che lo stipendio arriverà puntualmente anche il mese prossimo». Tradotto: servirà una settimana, forse due, prima che la rete torni a regime. E intanto i passeggeri continuano a dormire sui trolley, a rinunciare ai collegamenti, a perdere voli.

Il governo ha aperto il rubinetto dei soldi, ma non ha ancia rimontato la credibilità. Quando la paga diventa una scommessa, la sicurezza diventa optional. E la primavera dei viaggi, con Pasqua e le vacanze scolastiche, è appena cominciata: 2,6 milioni di persone al giorno passeranno per i checkpoint. Senza controllori sufficienti, il rischio è un effetto domino di cancellazioni e proteste che trasformerà i terminal in ring.

La lezione è chiara: firmare un ordine esecutivo costa una firma, ricostruire una forza lavoro ne costa cento. Trump ha comprato tempo, non fedeltà. E nei prossimi giorni, se le code non calano, il prezzo lo pagheranno di nuovo i viaggiatori, non la politica.