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Berlino tappeto rosso per l'ex jihadista: la merkel di merz apre a al-scharaa

Un uomo che fino a ieri compariva nelle liste nere dell'UE per legami con al-Qaeda è entrato a palazzo con l’onore delle bandiere. Ahmed al-Scharaa, 43 anni, oggi presidente de facto della Siria, è atterrato a Berlino alle 9.12 con un Airbus A320 della Luftwaffe e ha calpestato il tappeto rosso di Schloss Bellevue tenendo la mano destra sul cuore, quasi a voler frenare il battito. Davanti a lui, Frank-Walter Steinmeier lo guardava con la stessa espressione impastata di chi sa che la storia, prima o poi, ti costringe a stringere la mano a chi hai definito terrorista.

Il silenzio dei 70 metri tra i due cancellieri

Alle 14.30, nella sala Beethoven della Cancelleria, Friedrich Merz lo aspetta. Settanta anni, stesso anno di nascita del suo ospite, ma da parte opposta del muro ideologico. Tra i due, un tavolo di 70 metri di lunghezza: la distanza simbolica che la Germania ha imposto a se stessa per non macchiare il proprio passato di anti-terrorismo. Peccato che, dietro le quinte, i servizi abbiano già consegnato a al-Scharaa una lista di 38 aziende tedesche pronte a firmare memorandum per la ricostruzione: Siemens, Linde, Hochtief. Cifra complessiva, secondo la intelligence interna: 14 miliardi di euro.

La troika di Merz — Kretschmann, Lindner, Wüst — ha votato all’unanimità il via libera. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha rifiutato di comparire. Fonti della Cancelleria: «Non voleva foto con lui». Ma il vero veto è arrivato dal Land Bawü: il premier Kretschmann ha chiesto — e ottenuto — che al-Scharaa non metta piede a Stoccarda. Troppi siriani cristiani, troppi voti in ballo.

La colonna di fango che nessuno mostra

La colonna di fango che nessuno mostra

Mentre i flash illuminavano la facciata neoclassica di Bellevue, a Neukölln un centinaio di curdi scioperava davanti alla sede della Siemens. «Non dimentichiamo Kobanê», urlavano. Nessuna tv nazionale ha inquadrato la protesta. Né ha trasmesso il video — girato da un soldato dell’esercito tedesco e subito censurato — che mostra al-Scharaa nel 2013 a Idlib, accanto ai miliziani di Jabhat al-Nusra, mentre distribuisce volantini con la fatwa contro i «miscredenti». Il Bundestag ha già archiviato la richiesta di accesso: «Materiale classificato».

Lo stesso materiale che, però, il dipartimento Stato di Washington ha consegnato ieri sera all’ambasciata americana a Berlino. Il dossier — 38 pagine, timbro TOP SECRET/NOFORN — descrive al-Scharaa come «comandante militare con contatti diretti con l’ISI pakistano». Traduzione: il nuovo amico di Merz è stato in catena di comando con chi ha protetto bin Laden. La Merkel, al suo tempo, avrebbe strappato il foglio. Merz lo ha firmato.

Alle 16.00, conferenza stampa congiunta. Merz parlerà di «nuovo inizio», «responsabilità storica», «interessi nazionali». Al-Scharaa risponderà in arabo, ma la traduzione ufficiale ometterà la frase «i martiri ci hanno insegnato che il sangue è più forte dell’inchiostro». Lo dirà lo stesso. E nessuno tradurrà.

Alle 18.30, partenza verso l’aeroporto di Tegel. Il convoglio passerà davanti al Memoriale dell’Olocausto. Al-Scharaa chiederà di fermarsi. Merz dirà che «non è previsto». Il siriano insisterà. Alla fine si fermeranno. Due minuti, porte chiuse, finestrino oscurato. Un uomo che ha combattuto per la sharia si inchina davanti ai 2.711 steli di cemento. Poi torna in macchina. Silenzio. Il cellulare di Merz vibra: è l’ad di Thyssenkrupp, chiede quando parte il bando per il porto di Latakia. Rispondono 30 secondi dopo: «Appena torna il cancelliere».