Butcha, quattro anni dopo: la ferita aperta che l'europa non può più ignorare
La neve di aprile non è bianca, a Butcha. È grigia di polvere da obice e di ossa che ancora affiorano nei cortili. A quattro anni dal massacro, ieri il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul e l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas hanno camminato su quel suolo con le scarpe di cuoio lucide, ma i loro passi hanno fatto il rumore dei corpi che ancora giacciono lì, sotto le fondamenta delle case ricostruite in fretta.
Il numero che non trova pace
1.300. Non è un dato, è un muro di pianto: tanti i civili uccisi nell’area di Kiev tra marzo e aprile 2022. Di questi, oltre 400 portano il nome di Butcha. Mosca continua a chiamarli «montaggio mediatico». Le prove? Foto satellitari, intercettazioni, testimonianze, ma soprattutto le mani legate con filo da pacchi trovate a centinaia di metri dai corpi. Un dettaglio che nessuna regia può inventare.
La 64ª brigata di fanteria motorizzata russa – quella premiata poi con medaglie – è già nel mirino dei giudici ucraini. Ma c’è di più: tracce di soldati del 234º reggimento paracadutisti della 76ª divisione di Pskov sono emerse lungo la strada Jablunska, dove le cicatrici dei proiettili da 5,45 mm sono ancora visibili sui muri come tacche su un registro di classe impietoso.

La diplomazia si inginocchia, ma non basta
Ieri, mentre Wadephul ripeteva che «la pace nasce solo dalla forza dell’Ucraina», a pochi chilometri i russi intensificavano i bombardamenti su Časiv Jar. Contraddizione? No, realtà. Kallas ha aggiunto: «Non possiamo mettere il conflitto in standby». Parole che suonano come un’ammissione: le sanzioni hanno rallentato, non fermato. E il veto ungherese sul pacchetto da 50 miliardi di aiuti Ue continua a essere il tallone d’Achille di Bruxelles.
Intanto a Butcha i bambini fanno ginnastica in una palestra ricavata da un bunker. Il sindolo Anatolij Fedoruk racconta che ogni mattina, prima di aprire le scuole, controlla ancora i radar: «Non è paura, è memoria». Un ossimoro che definisce meglio di ogni dossier cosa significhi vivere nel luogo-simbolo di un crimine che ancora non ha visto un condannato.

Il processo che non arriva
L’International Criminal Court ha raccolto 8 terabyte di dati, ma per arrestare un comandante serve che esca da qualche parte fuori dalla Russia. E qui scatta l’impasse diplomatica: nessuno estrada capi di Stato, ma neppure rinuncia a stringergli la mano in corridoio. Il risultato è un orologio fermo: le indagini crescono, le responsabilità no.
La ferita resta aperta. Ieri, dopo la cerimonia, una donna anziana ha avvicinato Wadephul mostrandogli la foto di un ragazzo con gli occhi azzurri: «È mio nipote, non troviamo neanche il suo braccio». Il ministro ha annuito, ha promesso «giustizia». Poi è salito sul convoglio blindato. Le ruote hanno sollevato la polvere della strada Jablunska, la stessa che quattro anni prima era impregnata di sangue ancora caldo.
Butcha non chiede commemorazioni. Chiede un tribunale con l’accusato in carne e ossa. Finché quel banco dei imputati resta vuoto, ogni anniversario è solo un funerale ripetuto. E l’Europa, con le sue dichiarazioni e i suoi fondi bloccati, rischia di diventare il prete che recita la messa senza credere più nella resurrezione.