Il piano di merz: 1,3 milioni di siriani fuori in tre anni
Schiaffo alla Merkel in salsa CDU: dopo averla accusata di aver trasformato la Germania in un albergo a cinque stelle per profughi, Friedrich Merz riceve a Berlino Ahmed al-Scharaa, l’uomo che ha spodestato Bashar al-Assad, e firma il contratto per riportare a casa la folla siriana che ha accolto. Obiettivo dichiarato: l’80% dei 1,3 milioni di rifugiati deve lasciare la Repubblica federale entro il 2026.
Una cena di lavoro, un brindisi e il gioco è fatto. Il cancellierato di vetro dello Chancellery diventa l’ufficio collocamento più grande d’Europa. Merz promette 200 milioni di euro per la «stabilizzazione» della Siria, al-Scharaa garantisce «porte aperte» e «uno Stato di diritto». Firmato e controfirmato. Peccato che sul tavolo non ci sia alcuna valutazione indipendente sulla sicurezza del Paese: il ministero degli Esteri continua a classificare la situazione come «volatile», ma la volatilità non arriva al dessert.
Il patto a tre: merz, al-scharaa e il volo di ritorno
La troika funziona così: Berlino dà i soldi, Damasco riapre i confini, i siriani in Germania perdono lo status di protezione. Il calendario è già segnato: task force congiunta, microcrediti gestiti dalla KfW, convenzioni con aziende tedesche per «esportare» i lavoratori formati in Baviera o Renania. Il tutto condito dal mantra «ricostruire la patria». Peccato che la patria, al momento, non abbia né tribunali indipendenti né una costituzione approvata. Dettagli.
Chi si oppone? In Bundestag nessuno. La SPD è in coma elettorale, i Verdi temono il «ripristino della paura» ma non alzano la voce. La CDU/CSU, invece, tira il turbo: Alexander Throm vuole cancellare la protezione «a chi non lavora o è arrivato da poco», Stephan Mayer sogna un Piano Marshall teutonico dove ingegneri siriani addestrati a Dortmund tornano a Aleppo con valigetta e prestito a tasso zero. Risultato: 83.000 domande di naturalizzazione già in archivio rischiano di diventare carta straccia.

L’ingrato compito di dire addio
Lo scenario è limpido: se la Siria non crolla sotto i colpi di scena interni, la Germania potrebbe trasformare il rimpatrio in via d’uscita obbligata. Nei corridoio del ministero dell’Interno circola già la bozza di una direttiva che riduce i termini di impugnazione dei provvedimenti di espulsione. Traduzione: meno avvocati, più charter. E chi resta? Solo chi ha già il passaporto tedesco in tasca. Gli altri diventano «cittadini temporanei» con data di scadenza.
Al-Scharaa, intanto, firma il libro d’onore di Bellevue: «Grazie sincero al popolo tedesco». Un ringraziamento che suona come la chiusura del contratto. La porta girevole gira, ma stavolta in direzione Est. Per centinaia di migliaia di siriani la Merkel’s heaven è finito: tocca scendere dal treno prima che il convoglio Merz riparta senza di loro.
