La bestia di härnösand: 120 clienti per la moglie drogata e filmata
Ha trasformato la casa in un set porno aperto 24 ore, la moglie in un prodotto scontato e sé stesso in «il Mostro». Ora il 62enne ex Hells Angels, arrestato a fine ottobre a Härnösand, rischia dieci anni per 120 clienti mappati in soli tre anni, centinaia di abusi e un giro di contanti che la procura svergola come «tratta di esseri umani con marchio a fuoco».
Il catalogo prezzi era un sito di annunci
Non serviva il deep web: bastava un profilo su un portale svedese di incontri. Lui fissava appuntamento, indicava il prezzo – 1 500 corone, 140 euro circa – e apriva la porta mentre lei, drogata con pasticche di sua produzione, riceveva sconosciuti sotto telecamere nascoste. Il profitto? Almeno 18 milioni di corone, 1,6 milioni di euro, secondo i calcoli della procura di Ångermanland.
La donna, oggi 48enne, ha raccontato di botte per «educarla» a non rifiutare, minacce di bruciare viva e di tagliarle le dita una a una. Citava frasi fatte: «Se scappi, trovo tua figlia». Il marito, per sicurezza, le cucì addosso un braccialetto GPS. Quando le forze dell’ordine hanno perquisito l’appartamento hanno trovato sette hard disk pieni e un foglio Excel con nomi, date, preferenze sessuali e «rating» da dare ai clienti.

Il clan e il codice del silenzio già s’incrina
Alle spalle dell’imputato non c’è solo il passato da «full patch» dei Hells Angels, ma una rete di ex affiliati che oggi chiamano gli inquirenti per patteggiare. Il 13 aprile, quando il processo aprirà a Härnösand, compariranno anche 15 «clienti» destinati a diventare imputati: in Svezia comprare sesso è reato, vendere no. L’accusa di procuring aggravato si trasformerà quindi in un terremoto giudiziario che potrebbe sgretolare la struttura nordica del gruppo motociclistico.
L’avvocato della donna, Elisabeth Massi Fritz, non usa mezzi termini: «È la più grave vicenda di tratta sessuale che io abbia mai patrocinato. Nessuno ha alzato un dito, nemmeno i vicini, e questo è il dato che mi fa più paura». La procura ha già mappato nuovi 60 indagati grazie alle impronte digitali sui telefoni sequestrati.
Il mostra è in cella da cinque mesi e nega tutto. Ma le email trovate sul suo computer raccontano un altro finale: «Se chiudo io, chiudiamo tutti». Una frase che, per ora, suona più come epitaffio che minaccia.