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Muore a 50 anni eduard koksharov: addio al 'canon' della pallamano russa

Lo hanno trovato steso sul pavimento della camera d’albergo, ancora in pigiama. Il suo cellulare vibrava accanto, inutili le chiamate dei preparatori che lo aspettavano a colazione. Eduard Koksharov, 50 anni, leggenda vivente della pallamano russa, se n’è andato nel sonno mentre il Brest HC Meshkov allenava in un raduno precampionato a Rogla, Slovenia.

Il corpo fermo, il cuore che si è spento

Primi accertamenti: arresto cardiaco fulminante. Un attacco che non perdona, nemmeno a un ex atleta ancora snello e tirato come un arco. Il club biellorussa ha spedito la notizia alle 7:43: «Eduard ci ha lasciati. Per noi, per la pallamano intera, è un vuoto incolmabile». Nessun cenno a malattie note, nessuna ambulanza chiamata troppo tardi. Solo il silenzio di chi si è svegliato troppo presto.

Nei corridoi del centro sportivo, i giocatori hanno pianto come ragazzini. Koksharov era arrivato in estate per trasformare una squadra quadrata in un plotone di assalto. Prima seduta: «Corriamo come se avessimo ancora 15 anni». Aveva il sorriso di chi sa cosa significhi vincere tutto e ripartire da zero.

1100 Reti in 226 partite: numeri da brivido

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Destro teso, fendente da centrale sinistra: così ha scritto la storia. Con la Russia conquistò l’oro mondiale nel ’97 e l’oro olimpico di Sydney 2000. Resta l’unico russo a superare il muro delle mille reti in nazionale: 1110, più di un gol a match per undici anni filati. Nel ’99 fu capocannoniere del Mondiale, nel 2004 trascinò Celje alla Champions League, otto scudati sloveni in bacheca. Quando appendette la tuta al chiodo, disse: «Il pallone pesa di più della medaglia».

Passò al coaching come chi sale di corsa su un treno in corsa. Dal 2017 al 2020 guidò la nazionale russa, poi accettò la sfida Bielorussia: campionato, coppa, supercoppa e SEHA League in tre stagioni. Mercoledì scorso, ultima intervista: «Voglio trasmettere fame, non citazioni». Missione compiuta.

Un figlio che gioca a pallone, un’eredità che corre

Rimane la moglie Jelena, i figli Alexander e Anastasia. Il primogenito è centrocampista al Krasnodar: stessa città, sport diverso, stesso sguardo da ghiaccio. «Mio padre insegnava a non festeggiare mai prima del triplice fischio», ha scritto su Instagram, firmando con una foto di loro due sul bordo campo. L’ultimo saluto sarà sabato a Minsk, poi il Brest giocherà con il braccio nero e il numero 11 ricamato d’oro.

La pallamano perde il suo ‘canon’ mancino, l’uomo che trasformava ogni partita in un affresco. Il resto sono numeri, medaglie, statistiche. Il cuore, però, non rientra nei tabellini.