Timmy è solo: il capodoglio nella baltica che nessuno può salvare
C’è un gigante blu che si rotola nella baia di Wismar come un sonnambulo. Si chiama Timmy, ma per gli scienziati è già un cadavere che respira. Da tre giorni il capodoglio adolescente — sei metri e mezzo di pelle che si sfalda — si aggira nelle acque poco salate della Baltica, 700 km lontano dalla sua casa atlantica. E nessuno può spingere il salvagente fino a lui.

La pelle si gonfia come un guanto pieno d’acqua
Il problema è chimico: la Baltica ha un terzo di sale in meno rispetto all’oceano. La pelle di Timmy assorbe l’acqua dolce, si gonfia, si crepa. «Sembra un panettone che lievita dentro al forno», dice Thomas Kaiser, 64 anni, mammiferi marini all’Istituto Leibniz di Amburgo. «Sotto la pelle si forma un edema: perdita di sangue, infezioni, dolore. E non ha mangiato da settimane, perché qui non trova calanchi di krill».
La storia si ripete. Nel 1602 un capodoglio finì sulle sabbie di Tönning. I villici lo chiamarono «Königsfisch», pesce del re, e lo smembrarono per tre giorni sotto una nuvola di mosche. Il grasso finì in lampade, le balene in corsetti, le vertebre a recinzioni. Oggi Timmy è un Instagram vivente, allora era un supermercato aperto 24 ore. Il diritto del re — Prerogativa Regis, 1324 — assegnava ogni cetaceo alla corona. Nessuno chiedeva se il pesce avesse voglia di tornare in mare.
Il comando di soccorso, stavolta, è un’eco senza risposta. Le barche dei volontari possono solo osservare: avvicinarsi è reato, spaventerebbe l’animale. I sonar fanno male, le reti sono inutili. «O capisce da solo che deve girarsi verso Skagerrak, o muore qui», sintetizza Kaiser. «L’intelligenza sociale dei capodogli è altissima, ma la bussola interna si blocca quando l’acqua è troppo dolce. È come chiedere a un uomo di orientarsi in una stanza senza luce».
Alle 16:42 di ieri Timmy è spuntato a 300 metri dalla diga, ha aperto il boccaglio, ha soffiato un getto basso, poi è scomparso. Il respiro durava un secondo di troppo: segno di stanchezza. I biologi contano i minuti d’ossigeno che restano in un corpo che pesa come un bus. «Non lo vedremo più», mormora una bambina sul molo. Suo nonno annuisce: «Ho visto lo stesso spettacolo nel ’54, era un capodoglio femmina. Non ce n’è mai uno di ritorno».
