Trump affida a vance il dossier iran: è un tranello per affossarlo?
Donald Trump ha appena consegnato a JD Vance la patata bollente più pericolosa di Washington: trattare con l’Iran mentre i droni americani continuano a colpire impianti nucleari e raffinerie. Per il vicepresidente, ex marine e ora erede designato della destra isolazionista, si tratta di una missione suicida che può bruciargli la corsa alla Casa Bianca nel 2028.
Il dilemma di vance: abbracciare la guerra che ha sempre detestato
Fino a ieri il senatore dell’Ohio incarnava il mantra «America First» nella sua versione più pura: niente guerre all’estero, niente sprechi di miliardi per regimi lontani. Ora è lo stesso uomo che, secondo i primi verbali del National Security Council, dovrà firmare — se mai arriverà — l’accordo per porre fine ai raid Usa. Un voltafaccia che i suoi finanziatori libertarian non perdoneranno.
La Casa Bianca già conteggia i danni. Due consulenti della prima era Trump, ancora in contatto con Marco Rubio e Elise Stefanik, descrivono a NuoveFrontiere quattro scenari che circolano nei corridoi del Pentagone. Il primo è «l’operazione salvaimmagine»: se Vance riportasse a Washington anche solo una tregua, potrebbe presentarsi come mediatore, limitando la fronda isolazionista. Ma il percorso è in salita: Teheran chiede la revoca totale delle sanzioni e la ripresa dell’arricchimento all’80 %, condizione che Trump ha già bollato di «inaccettabile».

La «pillola avvelenata» preparata da trump
Secondo gli insider, il presidente sa che nessun accordo è possibile senza un cedimento sul nucleare. Affidare l’impossibile a Vance significa poterlo sacrificare al momento opportuno, scaricando su di lui l’insuccesso. È la stessa tattica usata nel ’25 con l’ex segretario di Stato Mike Pompeo: mandarlo a trattare, poi colpire comunque.
C’è chi parla di prova di fedeltà. Trump starebbe valutando se puntare sul vice o sul segretario di Stato Rubio per la successione. Il flop di Vance rafforzerebbe la corsa del senatore della Florida, artefice dell’operazione Venezuela che ha fatto guadagnare alla Casa Bianca un punto percentuale nei sondaggi latino-americani.

Il quarto scenario: negoziare per colpire meglio
Il piano più cinico, raccontato da un ex deputy assistant to the President, è un diversivo tattico. Le truppe speciali schierate in Kuwait e nel Golfo riceverebbero l’ordine di entrare in azione proprio quando le delegazioni aprono il canale ufficiale. Già a febbraio Trump negoziò per dieci giorni, poi ordinò i raid contro le centrali elettriche di Bandar Abbas. Stavolta l’obiettivo sarebbe Natanz, dove l’Aiea ha rilevato uranio al 93 %.
Il rischio per Vance è tangibile. Se i colloqui falliscono, diventa il volto della sconfitta. Se riescono, dovrà difendere un accordo che la base considererà un tradimento. Intanto i drone strike continuano: 17 missili lanciati nella notte tra domenica e lunedì, secondo quanto risulta dai dati di flightradar e dai bollettini iraniani. Il prezzo del greggio è già salito di 4 dollari al barile e le compagnie aeree europee riprogrammano i voli sullo spazio aereo dell’Iran.
Per Trump è un gioco a somma zero: o ottiene la capitolazione di Teheran o ottiene il capro espiatorio. Vance, nel frattempo, ha cancellato la campagna di fundraising in Ohio prevista per giugno e ha chiesto un briefing riservato al Senate Foreign Relations Committee. È l’inizio della resa dei conti interna al Partito Repubblicano: chi tradirà chi prima che i primi bunker statunitensi entrino in azione.
La posta in palio è la credibilità dell’amministrazione e il futuro dello stesso GOP. Se l’Iran resiste, il prossimo presidente — chiunque sia — erediterà un conflitto aperto su tre fronti: Iraq, Golfo e Mediterraneo orientale. Per Vance, resta un’unica certezza: il nome che uscirà dall’accordo — o dal suo fallimento — sarà il suo. E su quel nome si deciderà chi, fra lui e Rubio, metterà piede nell’Oval Office nel gennaio del 2029.