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Trump apre il rubinetto russo a cuba: «l'isola è al collasso»

Un petroliere bandiera russa sta solcando il Mar dei Caraibi con 700.000 barili di greggio destinati all’avana. Fino a ieri sarebbe stato fermato dalla Guardia costiera statunitense. Ora no: Donald Trump, a bordo dell’Air Force One, ha detto sì. «Se qualcuno vuole mandare petrolio a Cuba, che sia la Russia o chi altro, non ho problemi». Frase gelida, pronunciata domenica sera, che spalanca un varco nel muro d’acciaio dell’embargo Usa e, di fatto, ammette l’impotenza di Washington davanti al crollo dell’isola comunista.

Il venezuela è saltato, il greggio russo tappa il buco

Il conto alla rovescia è cominciato il 30 gennaio, quando gli Stati Uniti hanno arrestato Nicolás Maduro e congelato le esportazioni venezuelane verso l’Avana. Caracas forniva il 60% del carburante cubano: tagliare quel rubinetto ha svuotato le stazioni di servizio e spento i generatori degli ospedali. Risultato: tre mesi di black-out programmati, file chilometriche per un litro di benzina e un’economia già in recessione precipitata nel buio. Il petroliere Zeynep, battente bandiera russa, è l’unico soccorso arrivato in tempo: a tarda sera di lunedì potrebbe attraccare a Matanzas, dove le cisterne sono vuote da settimane.

Trump lo sa. «Cuba è alla fine», ha ripetuto due volte ai giornalisti, come se volesse convincere sé stesso. Poi ha aggiunto: «Preferisco lasciarlo entrare, la gente ha bisogno di riscaldamento e aria condizionata». Parole che suonano quasi umanitarie, ma nascondono un calcolo freddo: evitare un disastro umano che ricadrebbe sul Florida, a 150 km di mare, dove il flusso di migranti cubani è già raddoppiato nel 2025.

La mossa spacca il fronte repubblicano

La mossa spacca il fronte repubblicano

A Washington il silenzio è assordante. Senatori come Marco Rubio, da sempre paladini del embargo duro e puro, non hanno ancora aperto bocca. Il dipartimento del Tesoro, contattato da NuoveFrontiere, si è limitato a un «no comment». Traduzione: nessuno sa se la licenza al Zeynep sia un’eccezione una tantum o il primo spiraglio di una nuova strategia. Quel che è certo è che il petroliere ha pagato un’assicurazione europea perché la flotta russa è ancora sotto sanzioni. E che, una volta scaricato, il greggio passerà per raffinerie di Stato che Washington etichetta come «entità proibite».

Il prezzo del barile cubano, però, non calerà. L’isola lo pagherà ancora una volta in rubli virtuali: medici e insegnanti da mandare in missione in Russia, zucchero e nichel a prezzo politico. Mosca ottiene così una porta sul Golfo del Messico e un piede nella crisi energetica centro-americana. Washington, per ora, guarda passare.

Cifra dell’anno: 0

Cifra dell’anno: 0

È il numero di barili che Cuba è riuscita a importare da gennaio senza il permesso Usa. Uno zero che spiega perché l’amministrazione Trump abbia piegato la linea. Perché, quando il contatore dei serbatoi segna zero, anche il più duro dei sanzionatori deve scegliere: o lascia entrare il petrolio russo, o rischia che l’isola esploda sotto i suoi occhi. Ha scelto. E per la prima volta, dopo sessant’anni di embargo, una bandiera stella e strisce ha lasciato passare una bandiera a scacchi. Il Zeynep è già dentro le acque territoriali cubane. Il tempo delle proteste arriverà dopo. O forse no.