Erdogan porta özel in tribunale: 500mila lire per averlo chiamato 'colpista'

Recep Tayyip Erdogan non perdona. Il presidente turco ha fatto depositare lunedì una querela per diffamazione contro Özgür Özel, leader del CHP, il principale partito d’opposizione, chiedendo un risarcimento di 500.000 lire turche: circa 10.000 euro per una frase. Una frase pronunciata domenica a Kuşadası, davanti a migliaia di simpatizzanti, e che ora rischia di costare caro al socialdemocratico.

La parola ‘colpista’ che fa tremare ankara

La parola ‘colpista’ che fa tremare ankara

“Avresti potuto passare alla storia come un vincitore, come chi ha vinto le elezioni. Invece hai scelto di guidare una giunta e organizzare un colpo di Stato: questo è il marchio che porterai.” Con queste parole Özel ha scaricato su Erdogan la responsabilità dell’arresto preventivo dell’amato sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, candidato alla presidenza per le prossime elezioni. Il CHP parla di “colpo di Stato giudiziario”, Erdogan di “espressioni inopportune e accuse infondate”. Il suo avvocato, Hüseyin Aydin, ha annunciato la denuncia su X senza entrare nel dettaglio, ma il messaggio è chiaro: chi insulta il capo dello Stato paga.

Non è un episodio isolato. Negli ultimi dodici mesi il palazzo di vetro di Ankara ha già fatto partire altri sei procedimenti simili contro esponenti dell’opposizione, per un totale di oltre 3,5 milioni di lire richieste a titolo di risarcimento. Una strategia che trasforma i tribunali in cassa automatica del potere: ogni parola di troppo diventa una fattura da saldare.

Il caso Özel, però, ha un sapore diverso. È la prima volta che il bersaglio è il segretario generale del CHP, uomo che nei sondaggi supera ormai il 30% di intenzioni di voto. Tradotto: la querela non è solo vendetta, è campagna elettorale ante litteram. Colpire il leader dell’opposizione significa intimidire chiunque pensi di prenderne le difese. Lo ha capito bene Özlem Çerçioğlu, sindaca di Aydin, costretta a scendere in piazza per denunciare le “minacce” che l’avrebbero spinta a passare con il partito di Erdogan. Lei nega, ma il danno è fatto: un’altra testa d’ariete del CHP messa nel mirino.

Il vero nodo resta Imamoglu. Il suo arresto ha trasformato Istanbul in un laboratorio di protesta continua. Ogni manifestazione è un tweet in più, ogni tweet una potenziale querela. Il cerchio si stringe: più l’opposizione cresce, più la repressione si affina. E il conto, alla fine, lo pagano sempre le tasche dei cittadini, trasformati in bancomat del potere.