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Gaza, il lungo viaggio dei neonati in fuga: quelli nati troppo presto tornano a casa

Dopo 28 mesi, 10 bambini che non conoscevano altro che il rumore dei bombardamenti hanno varcato il confine sud di Gaza. Erano partiti prematuri, nascosti in involucri d’alluminio per sopravvivere al blackout dell’ospedale Al-Shifa. Oggi hanno il passo incerto, i capelli ricci e un nome che i genitori hanno ripetuto centinaia di volte al telefono senza mai poterlo sussurrare sul loro volto.

Il primo respiro dentro un incubatoro spento

Novembre 2023. A Gaza manca la corrente da giorni. I ventilatori dell’unità di terapia intensiva neonatale di Al-Shifa si fermano uno dopo l’altro. Restano 28 corpicini, alcuni appena 900 grammi. Le infermiere li avvolgono in fogli d’alluminio trovati in cucina, un trucco da campo di battaglia per trattenere il calore. Fuori, i carri armati israeliani circondano l’ospedale: ogni ambulanza è un bersaglio. La Mezzaluna Rossa palestinese, con la mediazione dell’OIM, firma un corridoio umanitario di 72 ore: ambulanze egiziane, luci spente, motori al minimo. Attraversano il deserto di Rafah. Sette bambini non ce la fanno. I 21 superstiti finiscono negli ospedali del Cairo, dove ricevono nomi arabi di speranza: Amal, Salem, Dunia. Ma senza genitori accanto.

Israele tiene il valico chiuso per altri 14 mesi. I documenti di identità palestinesi non valgono per ottenere visti familiari. Così crescono in incubatrici di plastica trasparente, mentre a Gaza i padri contano i morti. Ahmed Al-Harsh perde 12 parenti e la moglie, colpita da una scheggia mentre partorisce. «L’ho sepolta il giorno stesso. Mio figlio è sopravvissuto dentro un foglio di alluminio», racconta. Scarica le foto sul cellulare: la prima ciuccio, il primo ciuffo di capelli, la prima parola. «Ho vissuto la sua infanzia in pixel. Ora ha due anni e mezzo e non so se mi riconoscerà.»

Il ritorno: un pullman pieno di bambini che non sanno cosa sia gaza

Il ritorno: un pullman pieno di bambini che non sanno cosa sia gaza

Lunedì 30 marzo 2026, ore 9:13. Un pullman bianco scende dal valico di Rafah. Dentro, 10 seggiolini colorati e due infermiere egiziane che non hanno mai lasciato quei bambini. I genitori attendono a Khan Younis, tra tende di plastica e l’odore di polvere da costruzione. Sundus Al-Kurd stringe una copertina ricamata con il nome «Layan» che non ha mai potuto usare. «Paura che non mi riconosca. Felicità da partorire di nuovo», dice. Quando la bambina scende, ha le guance rotonde e lo sguardo di chi ha visto troppo cielo egiziano e troppo poco cielo di Gaza.

Il ministero della Salute di Gaza ha predisposto un percorso sanitario d’emergenza: ambulanze, ossigeno, vaccini recuperati dai pochi stock non bombardati. Ma nessuno ha previsto il trauma del rientro. «Sono nati in guerra, cresciuti in esilio, ora tornano in un territorio senza ospedali pediatri funzionanti», avverte il dottor Ahmed Al-Farra, direttore pediatrico all’ospedale Nasser. «Per loro Rafah non è casa: è solo l’ennesima frontiera.»

I genitori firmano fogli di dimissioni in arabo e inglese. Accettano che i bambini potrebbero dover tornare al Cairo per chirurgie cardiache o neurologiche che a Gaza non esistono. Firmano anche una liberatoria sulla malnutrizione cronica: a Gaza il latte artificiale scarseggia, e i bambini hanno perso tra i 400 e i 600 grammi rispetto ai coetanei egiziani. «Non è un lieto fine», sottolinea Al-Farra. «È un capitolo nuovo di un libro che nessuno ha mai scritto: come si cresce senza incubatrici, senza case, senza pace.»

La foto che non entra nel fotofinish

La foto che non entra nel fotofinish

All’ingresso del campo profughi di Al-Mawasi, un papà tenta di sollevare il figlio sulle spalle. Il bambino piange: il cielo è troppo azzurro, non ha i neon egiziani a cui era abituato. Un fotografo scatta la foto che tutti attendevano: padre e figlio, riuniti. Ma fuori campo restano 11 bambini ancora al Cairo, 7 tombe anonime nel cimitero di Sheikh Zayed, e centinaia di prematuri che non potranno mai lasciare Gaza perché i corridoi umanitari si aprono solo per i piccoli che fanno notizia.

La storia, per quanto riguarda i media internazionali, finisce qui. Per le famiglie no. «Mio padre è morto due mesi fa, voleva solo vedere il nipotino», confessa Al-Harsh mentre rientra nella tenda. «Gli ho portato la foto. Ma la felicità non si trasmette con uno screenshot.» Tra le macerie, qualcuno ha appeso un cartello: «Benvenuti a casa, piccoli eroi». Il cartello è già strappato. Come tutto il resto.