Gelman non si tocca: il patrimonio artistico del messico resta a casa

Il governo mette le mani avanti: nessuna vendita, nessuna esportazione definitiva. La Collezione Gelman, gioiello del modernismo messicano con opere di Frida Kahlo, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, resta dove è. Lo ha ribadito in conferenza stampa la segretaria alla Cultura, Claudia Curiel de Icaza, per chiudere una settimana di voci insistenti su un presunto trasferimento all’estero.

Perché la gelman vale oro

È un archivio di oltre 200 tele nato negli anni Quaranta da un collezionista ebreo fuggito dall’Europa. Trenta di queste opere sono state dichiarate monumenti artistici, una sorta di vincolo culturale che vieta l’espatrio permanente. Tradotto: possono viaggiare, sì, ma con passaporto temporaneo e data di ritorno obbligatoria. «La legge è chiara: ogni due anni le tele devono rientrare nel Paese», ha precisato Curiel de Icaza.

Il timore di un’evasione patrimoniale è nato da una serie di post che indicavano una banca privata come nuova proprietaria. La realtà è più noiosa: l’istituto si occupa solo di gestione logistica — assicurazione, restauro, organizzazione di mostre — senza mai entrare in possesso delle opere. Il cuore economico dell’operazione resta nelle mani di due famiglie messicane, eredi degli originali collezionisti.

Le tappe del tour e la clausola del 2028

Le tappe del tour e la clausola del 2028

Non è la prima volta che la collezione fa le valigie. Dal 2010 ha ottenuto più di 30 permessi di uscita, sempre con il visto dell’INBAL che ne controlla stato e rientro. Il prossimo viaggio è già calendarizzato: dopo la mostra in corso al Museo de Arte Moderno — che resta aperta fino a luglio — le tele ripartiranno per un’esposizione internazionale, con rientro fissato al 2028. Un giro che, secondo il governo, serve a rilanciare l’immagine del Messico in vista dei Mondiali di calcio del 2026.

La presidenta Claudia Sheinbaum ha chiamato in causa la “disinformazione” che imperversa sui social: «È falso che stiamo svendendo il patrimonio. Le opere non sono merci, sono identità». Un messaggio rivolto più all’opinione pubblica che agli esperti, visto che la legislazione protegge già abbastanza il collezionismo pubblico e privato.

Il risultato è un patto di ferro: da un lato il mercato globale dell’arte che bussa alla porta, dall’altro uno Stato che vuole tenere i suoi capolavori dentro i confini. Per ora vince la seconda. Ma il prezzo da pagare è la gestione serrata di un calendario di prestiti che, se saltasse anche solo un controllo, farebbe scattare l’inferno diplomatico. Le tele, insomma, possono volare. Purché tornino indietro. Sempre.