Ginevra urla a teheran: la manifestazione che inchioda il regime

«Khamenei, assassino!» urla una donna con il fazzoletto verde in testa mentre la polizia svizzera blinda l’ingresso dell’ONU. Sono le 14:37 di martedì e piazza des Nations è un fiume di cartelli tricolori: il rosso del sangue, il bianco della libertà, il verde dell’Iran. Non è una protesta qualsiasi: è la fotografia di un paese intero che scappa di casa e bussa alle porte dell’Europa.

L’iran esporta il dissenso, l’europa importa paura

Tra i manifestanti c’eSara, 27 anni, ingegnere elettronico fuggito da Isfahan dopo il primo interrogatorio. Racconta di notti insonni passate a cancellare file sul computer, di un fratello minore sparito per «aver difeso una ragazza senza hijab». «Quando ho attraversato il confine turco avevo 42 euro e la valigia piena di scarpe di mia madre. Ora studio all’EPFL e porto il lutto addosso». La sua storia non è un’anomalia: secondo l’UNHCR, soltanto nel 2023 il numero di iraniani richiedenti asilo in Svizzera è salito del 78%.

Lo slogan «Zan, Zendegi, Azadi» (Donna, Vita, Libertà) risuona come un mantra, ma dietro ogni battito di mani c’è un costo. Il consolato iraniano ha già inviato tre note diplomatiche: accuse di «terrorismo mediatico» e minacce di ritorsioni sui familiari rimasti a Teheran. È la guerra che non si chiama guerra: quella dei servizi segreti che fotografano i volti, dei hacker che pubblicano i numeri di cellulare, delle ambasciate che diventano tribunali in contumacia.

Il nucleare è solo la punta dell’iceberg

Il nucleare è solo la punta dell’iceberg

Mentre i cortei attraversano Ginevra, a Vienna i tecnici dell’AIEA aggiornano i contatori: 60 kg di uranio arricchito al 90%, soglia che apre alla bomba in tre settimane. Ma il vero arsenale è altrove. «Ci hanno insegnato a costruire droni con pezzi di PlayStation», confessa Reza, ex pilota dei Guardiani della Rivoluzione desertore. «I componenti li compravamo su Amazon, li facevamo arrivare in Armenia e da lì a Tabriz. Ogni scatola recava la dicitura “toy parts”».

Il dossier che gira tra gli ambasciatori occidentali è spietato: 12 miliardi di dollari di petrolio venduto alla Cina in barili fantasma, 3.800 droni consegnati a Mosca per la guerra in Ucraina, 47 cellule Hezbollah attive in America Latina. Il prezzo del greggio sale ogni volta che un tanker iraniano cambia bandiera nel Mar di Oman. I mercati tremano, ma il calcolo è semplice: per ogni barile che Teheran perde, guadagna una ala di influenza. Il Cremlino paga in rubli, Caracas in oro, Pechino in yuan: un triangolo che aggira le sanzioni e trasforma il Golfo Persico in un bancomat aperto 24 ore.

La pazienza europea è finita. davvero?

La pazienza europea è finita. davvero?

Al Palazzo di vetro si respiraria aria di svolta. «Non neghiamo più che la Repubblica islamica sia un regime ostile», dice un alto funzionario UE sotto anonimato. «Ma se chiudiamo il rubinetto del petrolio, il gas sale a 180 euro il megawatt e Putin ride». Ì il dilemma che spacca il Consiglio: sanzioni immediate contro Teheran o tregua energetica per salvare le industrie tedesche. Nel frattempo, Israele bombarda le basi sciite in Siria e gli Stati Uniti trasferiscono bombardieri B-52 in Qatar. Il tempo stringe.

Alle 18:00 il corteo si scioglie, ma Sara resta sola con il suo cartello. «Non voglio un visto, voglio un Iran dove non serva scappare». La fratta resta appesa a un lampiona come un manifesto abbandonato. Domani la polizia la strapprà via. Ma la domanda resta lì, appuntata al muro: quanto vale la libertà di un popolo se il prezzo è il riscaldamento delle nostre case?

La risposta arriva di notte: il Brent sale ancora, +4% in un’ora. I portavoce parlano di “tensioni geopolitiche”. Sara, nel suo monolocale a Losanna, piange e aggiorna il suo profilo Instagram: «Non è tensione, è terrore. E il conto lo paghiamo noi, con l’interesse dei vostri dividendi».