Il cile respira meglio, ma il sud è ancora soffocato dalla legna umida

Il Cile ha tagliato del 40% le polveri sottili negli ultimi vent’anni, però al di là dei grafici verde-azzurro c’è un Paese diviso in due: a Santiago si contano giornate «buone» in serie, mentre a Temuco e Osorno l’inverno si respira ancora a mezz’aria, con valori di PM2,5 che raddoppiano la norma. Lo certifica lo studio appena pubblicato su Atmosphere da un pool di ricercatori dell’Università di Cile, del Centro di Scienza del Clima e della Resilienza (CR2) e dell’Università dello Sviluppo (UDD), su incarico del Ministero dell’Ambiente.

La legna umida è l’ultimo bastione da abbattere

Il cattivo nemico non è più lo smog delle fabbriche: è la pila di tronchi sul retro delle case. Nel Sud, otto famiglie su dieci scaldano ancora con la legna, spesa media 70 mila pesos al mese, metà stipendio minimo. Il problema? Il 60% di quel legno contiene più del 25% d’acqua: bruciare un chilo di legna umida emette quanto tre chili di legno secco, spiega Kevin Basoa, climatologo del CR2. Le norme ci sono – il «Decreto Legna Secca» è del 2020 – ma nessuno controlla. I boschi di roble e raulì crescono lontano dai centri abitati, i camion chilometri di sterrato: il costo del trasporto sale, il commerciante «abbassa» l’umidità sul foglietto e la pattumiera va a fuoco ugualmente.

La geografia non aiuta. Santiago è un bacino ventilato dal Pacifico, mentre la zona lacustre è un corridoio aperto verso l’Argentina dove l’aria stagnante si incunea tra i vulcani. «È come cucinare in una pentola senza coperchio contro una con il coperchio chiuso», dice Lorena Arrau, una delle autrici. Il risultato: a Temuco la media invernale di PM2,5 reste a 45 µg/m³, il doppio del limite OMS; a Santiago, invece, scende a 20 µg/m³.

Le «zona de sacrificio» non si arrendono

Le «zona de sacrificio» non si arrendono

La costa centro-settentrionale è un mosaico di acciaierie, termoelettriche e porti. Da Coronel a Talcahuano, la concentrazione di ossido di zolfo (SO₂) è calata del 55% dal 2010, però ogni estate – quando il vento soffia da terra – le centrali a carbone scaricano nubi acide che mandano in tilt i contatori. Il 30 marzo 2026, alle 14:00, la stazione Coronel Norte ha registrato SO₂ a 2,62 µg/m³: «buono» in teoria, ma l’asticella dell’emergenza resta a 350 µg/m³. Un valore che, secondo i medici locali, continua a riempire i pronto soccorso di bambini con crisi asmatiche.

Le restrizioni in vigore sembrano un manuale di convivenza forzata: niente stufe a legna nel Gran Santiago, circolazione a pannelli alternati per auto e moto senza «sello verde», divieto di quemas agrícolas tra marzo e settembre. Ma chi controlla i camion che entrano dal porto di Valparaíso? «Un mezzo su quattro supera i 15 anni d’età, eppure gira senza restrizioni», denuncia la deputata Mariela Sotomayor. Il ministero promette 400 ispettori in più entro il 2027, ma il bilancio 2025 ha stanziato solo 2,3 miliardi di pesos, appena 2,5 euro per abitante.

Il prossimo passo: passare dal «buono» al «sicuro»

Il prossimo passo: passare dal «buono» al «sicuro»

Il Cile ha dimostrato che può cambiare: dal 2000 ha tolto il piombo dalla benzina, ha chiuso otto centrali a carbone e ha triplicato i controlli alle emissioni. Adesso deve solo replicare il modello là dove i dati non arrivano. «Non serve un nuovo piano, serve un nuovo timone politico», avverte Basoa. Il 2027 sarà l’anno della legna certificata: il governo importerà pellet da 300 mila tonnellate e lo venderà a metà prezzo nelle comuni più povere. Se la misura funziona, il Sud potrebbe abbattere del 30% le polveri in un solo inverno. Altrimenti, il cielo patagonico continuerà a profumare di fumo e di promesse non mantenute.

I numeri parlano chiaro: il 60% dei cileni dichiara di «vedere l’aria sporca» solo quando il cellulare glielo ricorda. Il 40% restante vive dentro quella nuvola, ogni giorno. Per loro, la qualità dell’aria non è un’app, è una tosse che non passa.