Il cremlino nega la mobilitazione di massa, ma i numeri tradiscono mosca

«Questo tema non è all’ordine del giorno». Così Dmitry Peskov ha spento in un battito la voce di una nuova levée en masse. Peccato che i registri dei comandi russi, le fosse comuni e le chiamate ai centri di reclutamento raccontino un’altra storia.

Le contraddizioni di un invito «volontario»

La smentita arriva dopo l’allarme lanciato da Helsinki. Il presidente finlandese Alexander Stubb, informato dai servizi occidentali, ha avvertito: Mosca starebbe preparando la più grande chiamata alle armi dall’inizio della guerra. Obiettivo, coprire un buco di 409 mila uomini, equivalente a tutta la popolazione maschile in età militare di due regioni medie. Il Cremlino replica, ma nel contempo i governatori di oblast dimenticate dalla mappa – Kursk, Briansk, Tuva – pubblicano ordinanze per «colmare i contingenti» con nuovi contratti a tempo indeterminato. È la vecchia tecnica sovietica: non è leva se firmi spontaneamente, anche se il pennarello ti viene puntato alla tempia.

Volodymyr Zelensky, intervistato da Le Monde, ha ridotto l’intera strategia russa a un conto: «Perderanno 30-35 mila soldati al mese. Non possono sostituirli, non possono addestrarli, non possono nemmeno seppellirli senza aprire nuove fosse». La cifra è crudele, ma fotografa il dilemma di Putin: più spedisci ragazzi, più il fronte si allunga; più il fronte si allunga, più ne servono.

I silenzi del palazzo

I silenzi del palazzo

La propaganda televisiva ha cambiato registro. I talk show che trasformavano otto settimane di addestramento in una «vacanza patriottica» ora parlano di «salari competitivi» e «assicurazione sanitaria». Il messaggio è chiaro: il reclutamento non è un atto eroico, è un lavoro per disperati. E infatti i centri urbani – San Pietroburgo, Kazan, Ekaterinburg – restano virtualmente intoccabili. Le famiglie con qualcosa da perdere ricevono un semplice consiglio: compra un biglietto per Astana o Tbilisi e aspetta che la tempesta passi.

Il risultato è un esercito a strisce: reparti di villaggi sperduti affiancano merceniani siberiani, ceceni, detenuti graziati. L’identità non esiste più, solo la promessa di un bonus che spesso non arriva. I documenti di guerra, raccolti da associazioni indipendenti, mostrano soldati che chiedono di pagare di tasca propria elmetti e tute: il ministero della Difesa risponde con un’annotazione, «oggetto non previsto dal budget».

Il Cremlino dunque nega la mobilitazione, ma la macchina già traballa. Non serve un decreto ufficiale: basta un sms, un prete che legge i nomi in chiesa, un impiegato che ti aspetta all’uscita dell’ufficio postale. È la mobilitazione invisibile, fatta di paura e carta da bollo. Finché i numeri continueranno a cantare, le smentite di Peskov resteranno quel che sono: parole. Il conto lo pagano i corpi nelle foreste di Lugansk, e i telefoni che non squillano più nelle notti di Krasnodar.