Il folk horror messicano conquista 500 schermi: il nahual torna a cacciare il 7 maggio
Il 7 maggio 2026 un sussurro in lingua tének scivolerà nelle 500 sale messicane. È El Ritual del Nahual, il folk horror che non vuole solo far tremare i polsi, ma riportare in vita una mitologia pre-colombiana ancora viva nelle Huastecas di San Luis Potosí.
Il sangue senza denti che ha fatto impazzire rotterdam
Prima dell’assalto nazionale, il film ha già fatto tremare Rotterdam: la critica olandese ha esaurito gli aggettivi per un’opera girata tra nebbia e pietra calcarea, parlata metà in spagnolo e metà in lingua originale, con sottotitoli che sembrano incantesimi. Il passaparola è arrivato fino al Marché du Film di Cannes, dove Blood Window – la vetrina latino-americana di genre – l’ha spinto tra acquireti europei e asiatici. Distribuzione affidata a AltaTension Films, specialista che non perde un colpo da quando Tigers Are Not Afraid ha sfondato il muro dell’art-house.
Il regista Carlos Matienzo Serment non è nuovo a esorcismi culturali: nel 2018 già scavava nelle danze sacrificali maya con Ch’ulel. Stavolta ha chiesto aiuto agli abitanti di Aquismón per mappare sentieri che non compaiono su Google, ha imparato a distinguere il canto del tz’unun dal fruscio del nahual quando muta pelle, e ha imposto alla troupe un silenzio rituale prima di ogni ciak. Risultato: ottanta minuti dove il sonido è un personaggio, la fotografia di Roberto Chávez Bañuelos trasforma la nebbia in set cinematografico e la colonna di Juan Carlos Enríquez non usa violini: usa legni huastechi percossi fino a sembrare ossa che si spezzano.

Il killer è una cosa che cammina come uomo e ride come giaguaro
La storia è semplice solo in apparenza. Gabriel, bandito con una pallottola conficcata nella costola, si trascina in un villaggio dove i bambini spariscono e riappaiono senza denti. Contemporaneamente un agente federale – interpretato da Gerardo Oñate, volto noto di Narcos: Mexico – scopre che le impronte sul fango non sono né umane né animali. Il colpevole è il nahual, colui che può portarsi via la forma dell’uomo e restituirla col volto della notte. «Non è un mostro, è un giudice», dice Matienzo Serment. «E il suo verdetto è più antico di ogni codice penale».
Il cast locale – Alejandra Herrera (già in Identifying Features), Gerardo Trejoluna e la debuttante Caraly Sánchez – ha dovuto imparare la prosodia tének per non tradire la musicalità delle imprecazioni. I produttori Milko Luis Coronel e Santiago Rangel hanno messo sul piatto 1,2 milioni di dollari, cifra minuscola per un blockbuster ma enorme per un horror in lingua indigena. L’obiettivo: dimostrare che il pubblico messicano – abbuffato di Conjuring e di Annabelle – ha fame di paure con il sapore di casa.

500 Schermi contro l’oblio
La data del 7 maggio è un’aggressione calcolata: nessun blockbuster americano in calendario, festività scolastiche terminate, biglietti a prezzo pieno. Le major locali – Cinemex e Cinepolis – hanno riservato sale Imax in provincia, una prima assoluta per un film in lingua originale. Il rischio: far passare il nahual per un semplice lupo mannaro sudamericano. La scommessa: che la parola “indigeno” smetta di essere sinonimo di cortometraggio da festival e cominci a suonare come evento. Se i conti tornano, El Ritual del Nahual può diventare il primo capitolo di un universo mitologico messicano, con altri animali-spirito pronti a mutare pelle sul grande schermo. Altrimenti il nahual tornerà ad addormentarsi nell’ombra, aspettando che qualcun altro lo evochi.
La cifra è lì, evidente: 500 schermi per una lingua che ne conta 90 mila parlanti. Se anche solo il 10 % dei biglietti viene acquistato da giovani curiosi, il film avrà già vinto. Perché il vero horror, in Messico, non è il mostro: è dimenticare da dove viene il mostro.
